#ILPUNTODIMACCHIA: La ricostruzione dell’Italia e il pessimismo degli italiani

Necessaria maggiore consapevolezza del ruolo che si può avere nel percorso di ricostruzione e una visione chiara del progetto nazione da realizzare

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È ineluttabile come in frangenti drammatici una popolazione, a qualunque emisfero appartenga, si trovi davanti alla paura di precipitare in una condizione peggiore assai di quella in cui è nato ed è abituato a vivere. 

Ed è naturale che quel popolo si sforzi di mettere in campo ogni sapere per uscire da quel frangente meglio di come ci è entrato. Certo ne va della tradizione culturale, della formazione e quindi del carattere diffuso che quella popolazione ha inconsapevolmente maturato nei decenni e secoli della sua storia. 

Il popolo italiano ha indubitabilmente patrimonio culturale che deriva dall’aver dato i natali agli uomini più illustri della storia dell’umanità, ma anche dall’aver vissuto sulla propria pelle pezzi di storia che hanno forgiato la sua genia in modo difficilmente paragonabile ad altri. 

Il momento di “formazione” più duro e spietato è indubbio sia stato quello bellico e post bellico, durante i decenni della dittatura e della seconda guerra mondiale. Non certo perché, rispetto alla Grande Guerra, l’ultima sia stata meno pesante in termini di sacrifici umani, ma perché la seconda ha lasciato un Paese in ginocchio all’esordio di un’epoca, quella che sarebbe iniziata a metà del novecento, che avrebbe cambiato l’umanità e il vivere civile in una misura impensabile fino ad allora. 

Non sono tra quelli che reputano esagerato il frequente ricorso al paragone di oggi col periodo post bellico appunto e sono convinto che in questo frangente il popolo dovrà come allora far valere la sua forza e determinazione. 

Forza e determinazione che da sole tuttavia non bastano se non accompagnate da consapevolezza del ruolo che si può avere nel percorso di ricostruzione e con la visione il più possibile chiara del progetto nazione da realizzare. 

Non va sottaciuto che oggi, in questi anni venti del ventunesimo secolo, ci si potrà avvantaggiare del ruolo determinate e non solo in termini di risorse finanziarie rivestito dalla Unione Europea. All’epoca della ricostruzione post bellica, determinante fu certamente il supporto americano attraverso il Piano Marshall; oggi però la sostanziale differenza sta nella trovata coesione della UE a destinare una quantità di fondi, inimmaginabile fino a un anno fa, ma a condizionare la somministrazione di questi – e l’Italia è sulla carta il maggior fruitore – alla trasformazione radicale dello Stato in termini di semplificazione e modernizzazione del Paese Italia. 

Modernizzazione in tutti i sensi che è oggi demandata al nuovo Governo presieduto da quel Mario Draghi che costituisce la massima espressione in termini di competenza e autorevolezza ci si potesse augurare di avere in questo frangente. Io stesso da queste pagine ho sottolineato come l’attuale PdC potrebbe, direi potrà, assumere a breve il ruolo di Politico di riferimento per l’intero Continente Europeo. 

Un ruolo determinante è di sicuro attribuibile al mondo della informazione, ma non meno determinante sarà, a mio avviso, quello che il popolo, i cittadini sapranno attribuirsi e rivendicare sia come sentinelle vigili che come protagonisti; non dimentichi che la politica o i media si muovono e si determinano anche e soprattutto attraverso il polso del consenso, sia che si traduca in possibili suffragi elettorali che in audience. 

Gioverà allora sottolineare come indispensabile sarà procedere verso una modernizzazione anche in direzione di una (ri)trovata maturità di un popolo che non può e non deve rimanere legato a vecchi o nuovi stereotipi comportamentali. 

Scopriamo ogni giorno come gli italiani si rivelino in questo tragico momento come pervasi da una sorta di pessimismo cosmico, di come si faccia quasi a gara a preconizzare gli scenari peggiori, ben che vada col naufragio di ogni ipotesi di futuro legato al cambiamento epocale che dovrebbe aspettarci e augurarcisi. 

E invece traspare sui giornali, nelle Tv, ma pure nel sentire comune attraverso i social, piuttosto che nelle “lettere alla redazione” o per strada o al bar, una convinzione di ineluttabilità del fallimento. 

Di sicuro la classe politica odierna non è quella dei De Gasperi o Pertini, solo per citarne due, ma è pur vero che in ogni caso viviamo in un Paese democratico provvisto di articolazioni e regole costituzionali e tradizione democratica appunto che garantisce la percorribilità degli strumenti da mettere in campo. 

Trovo insopportabile la lagna continua cui si assiste o si legge a proposito della diffidenza a dir poco sulla possibilità di riuscita di questa ripresa/rinascita che – forse non tutti ne sono consapevoli – se mancata porterebbe conseguenze nefaste inimmaginabili. 

Ne va pure di una modernizzazione del pensiero e della elaborazione di una visione di futuro non ancorata a stereotipi del passato, ma di un passato che non c’è più. Sembriamo ancorati a una visione e interpretazione arcaica di qualunque cosa, legati a un indecisionismo cronico in nome di ideologie stantie, buone solo a schierarsi per principio a favore di una cosa o un’altra senza avere e dare disponibilità al confronto e alla discussione. 

Leggiamo così in questi giorni della ineluttabilità di una trasformazione del Paese in termini di efficientamento energetico a favore delle energie rinnovabili, ma negli stessi giorni assistiamo alla diatriba sulle trivellazioni in mare che sarebbero state autorizzate al largo delle coste siciliane per la ricerca di gas. Più incredibile quasi l’altra discussione sulla possibilità di realizzare un grande parco eolico al largo delle isole Egadi; surreale il dibattito perché vede contrapposte le forze governative a livello locale e regionale, preoccupate del nocumento alle attività di pesca o alla migrazione degli uccelli (dovremmo ritenere che lo studio sulle probabili criticità sia stato meticolosamente elaborato a priori) e le maggiori “sigle” ambientali come Greenpeace, Wwf e Legambiente favorevoli al progetto. 

Come non citare infine il Ponte sullo Stretto che a dispetto dei progetti esistenti da tempo, alle assicurazioni in ultimo del maggiore costruttore italiano di infrastrutture come WeBuild o di esperti di tutti i tipi, diventa sempre e soltanto argomento di discussione quasi di principio, nella logica (?) del c’è sempre qualcosa di meglio e/o più urgente da fare, dimentichi di come il ponte potrebbe realizzare quel collegamento indispensabile a costruire la via commerciale più importante che dall’Africa – Continente che si valuta sarà quello in maggiore crescita nei prossimi decenni – condurrebbe fino al Nord Europa. Ci tengo a precisare però che non ho certezze ma opinioni sulle quali sono sempre disposto a confrontarmi sui contenuti non pregiudiziali. 

Auspico che il nostro popolo messo oggi così a dura prova sappia, attraverso l’ausilio delle sue menti più aperte in tutti i sensi, indicare una strada che ci conduca fuori da questa cappa di indecisionismo pessimista che porta in parecchi, anche tra le donne e gli uomini del mondo dei media a tifare per un fallimento felici allora (speriamo mai) di poter dire “L’avevo Detto”!

 

 

Francesco Macchiarella

 

 

 

 

 

 

 

 

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