Abuso e degrado all’ombra della città normanna: la vulnerabilità adolescenziale e la violazione dell’innocenza

La forza di denunciare tra paura, vergogna, rabbia, perdita dell’autostima, pregiudizio sociale

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In questi giorni la nostra comunità monrealese, con grande sconcerto ed incredulità, è stata suo malgrado travolta da squallidi episodi di mercificazione del corpo e mortificazione della dignità femminile; l’arresto del concittadino Francesco Pampa e del palermitano Massimiliano Vicari, entrambi noti imprenditori impegnati in un importante network nel settore della moda, ha messo in luce la loro presunta responsabilità in gravi reati di violenza sessuale nei confronti di alcune modelle minorenni da loro ingaggiate, nonché di induzione e favoreggiamento di prostituzione di maggiorenne; inoltre un terzo uomo, che gravitava attorno all’organizzazione dei due imprenditori, finito agli arresti domiciliari, Filippo Giardi, anch’egli di Monreale, è indagato per il reato di prostituzione minorile, per aver intrattenuto rapporti sessuali con una delle modelle minorenni, in cambio di denaro. 

Fatti gravissimi che hanno destato particolare indignazione tra i cittadini della località normanna, soprattutto in coloro che avevano collaborato con Pampa nell’organizzazione dell’evento I Love Monreale, del tutto inconsapevoli dei turpi scenari sottesi; una ferita tanto improvvisa quanto dolorosa anche per le ignare istituzioni che avevano contribuito alla realizzazione di un evento coinvolgente che ha dato prestigio alla nostra cittadina.

Le indagini hanno avuto seguito grazie alla recente denuncia da parte di una delle ragazze coinvolte che, allora quindicenne, aveva iniziato a lavorare con i due imprenditori; a distanza di cinque anni la modella ha trovato la forza di denunciare la sua storia, svelando scenari raccapriccianti che avrebbero visto giovanissime ragazze cadere inesorabilmente nel giro della prostituzione, ingannate e raggirate da coloro che promettevano loro protezione, successo e notorietà.

Un fenomeno di tale gravità ci porta a riflettere, sospendendo il giudizio semplicistico e riduttivo ma adattando un’ottica complessa lontana dal qualunquismo: un aspetto su cui soffermarci è senz’altro la particolare distanza temporale con cui la giovane ha deciso di denunciare tali gravi fatti; è un aspetto che ricorda quanto abbiamo già osservato in occasione della campagna di sensibilizzazione  sociale  “me-too” e che ha visto diverse personalità dello spettacolo impegnate a segnalare pubblicamente esperienze di abuso sessuale a distanza di tempo dal loro insorgere.

La necessità di un tempo sufficientemente adeguato alla elaborazione di un evento traumatico di tale portata ci dimostra con forza che così come il reato di abuso sessuale, quello di induzione alla prostituzione “non vada mai in prescrizione”, soprattutto se la persona coinvolta è una minorenne.

Allo stesso modo delle donne vittime di abusi sessuali, le donne coinvolte in situazioni di induzione alla prostituzione, a causa di retaggi culturali sessisti e misogini che impregnano fortemente i nostri contesti sociali, possono provare un profondo senso di vergogna per quanto vissuto, indugiando nel denunciare quanto subito. 

Consideriamo altresì la portata di tutto questo per una vittima che si trova nel pieno dello sviluppo adolescenziale, in balia della confusione, dei tormenti e delle difficoltà tipiche di questa fase della vita: proviamo a immaginare quanto facile e subdolo possa essere esercitare il proprio potere in un soggetto così facilmente plasmabile, condizionare le sue scelte facendo leva sui suoi desideri di realizzazione che sembrano alleggerire i compiti evolutivi che contraddistinguono la sua giovane età.  La particolare vulnerabilità e la facile forgiabilità di queste giovanissime ragazze non è forse la chiave di volta che dà facile accesso alle forme più becere di sopraffazione e condizionamento da parte di chi esercita subdolamente il potere sociale ed economico? 

Con la consapevolezza che una ragazza minorenne che decide di prostituirsi sia da considerare a tutti gli effetti una vittima per la fragilità evolutiva che la caratterizza,  non posso che provare ad immedesimarmi in quello che deve essere il vissuto delle ragazze coinvolte, ulteriormente ferite dal giudizio troppo facilmente inferto anche sui social: – se l’è cercata”; “pero le piacevano i regali che riceveva!!”; “Come mai ci ha messo tanto a denunciare?!”; “Loro non sono certo delle sante però!!”;-  sono soltanto alcuni dei commenti più duri che abbiamo potuto leggere in merito alle notizie che segnalavano tali gravi fatti e che denotano quanto il giudizio sbrigativo e superficiale prevalga troppo spesso a scapito di un atteggiamento più empatico.

Eventi di tale drammaticità, piuttosto che portarci a demonizzare il  mondo dello spettacolo e dello show business in quanto tale, mortificando ciò che di sano sussiste in questo come in altri campi professionali, dovrebbero piuttosto indurci a sensibilizzare l’opinione pubblica alla forte denuncia “senza se e senza ma” di tali efferati reati sulla persona, alla non accettazione del compromesso che mette a repentaglio la propria dignità, ed al rispetto dei tempi dell’elaborazione di una tale forma di trauma. 

Il supporto psicologico di queste giovani vittime rappresenta una priorità, al fine di garantire un recupero clinico psicofisico che prenda in carico vissuti emotivi importanti quali la paura, il senso di vergogna, la rabbia, il timore del pregiudizio sociale e la perdita del senso di autostima;  l’elaborazione del trauma e dell’esperienza svilente vissuta andrebbe accompagnata alla presa in carico delle figure genitoriali, nell’ottica più sistemica e comunitaria possibile.

Al contempo risulta evidente la necessità di promuovere percorsi di formazione miranti a ricucire le falde che sussistono tra le trame della rete sociale, oggi ulteriormente debilitata a causa della pandemia in corso: urge rimettere al centro la qualità della relazione, la simmetria nei rapporti, affinché il corpo della donna smetta di essere strumentalizzato al fine dell’ostentazione del potere maschile.

*Dott. Giovanni Ferraro
Psicologo Psicoterapeuta
Dottore di Ricerca in Psicologia

 

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