Questa è la storia di una vita, di una vita normale. È la storia di un percorso, delle infinite imboccature che l’esistenza ci pone davanti. È un susseguirsi di sorrisi, giochi, feste, cibo, dolore, dolore sublimato in ispirazione.
È così difficile, per la varietà di spunti che offre questo lavoro cinematografico, poter trovare un punto d’inizio e soprattutto un punto di fine.
Una famiglia borghese napoletana degli anni ’80, cinque persone: madre, padre e tre figli. Intorno la famiglia allargata e soprattutto Napoli. La cultura napoletana permea, penetra e plasma la vita di queste persone; ne sono un tutt’uno. Subito una panoramica aerea sul golfo di Napoli raccoglie in una sola visione d’insieme un mondo pur piccolo, ma estremamente complesso, a tratti magico, affascinante, terrificante ed inafferrabile al contempo. E poi San Gennaro, Napoli per antonomasia, conosce tutto, conosce le angosce della sua gente e corre a risolverle. Figura ambigua, quasi oscura nella visione di Sorrentino, interpretato da un grande Enzo Decaro. E poi il “munaciello”, che apre e chiude la storia raccontata. Spirito di natura sia benefica che dispettosa, rappresentato come un bambino abbigliato con un saio con cappuccio. Zia Patrizia, dietro la guida sicura di San Gennaro, lo incontra in un vecchio palazzo nobiliare del centro di Napoli. La tradizione infatti racconta che il “munaciello” sia un esperto delle vie sotterranee di Napoli e che le attraversi per frequentare vecchi palazzi causando diverse “seccature”. Ma lui benevolo nei confronti di zia Patrizia, che non può avere figli, in segno di amicizia e di miracolo che avverrà, mette in borsa alla donna una somma di denaro, mentre un San Gennaro, “marpione e terreno” le palpeggia il sedere. Tutti segni propizi! Segni interpretati tali da un popolo culturalmente interessante, che vive una realtà vera ed una sotterranea, ma altrettanto pregnante e concreta e che passa dall’una all’altra con una naturalezza sua propria.
La natura dei luoghi, fa il resto. Il mare e i monti a strapiombo su esso. Il sole, la calura estiva; l’acqua altra grande protagonista di questo film. È in un liberatorio tuffo nel golfo di Napoli che si conclude l’intenso dialogo tra il giovane protagonista e il regista Capuano, che con la sua violenza espressiva, arriva all’obbiettivo e rappresenta la chiave di volta per la giovane vita di Fabietto.
I personaggi in fondo indossano il paesaggio, sono essi stessi espressione della terra partenopea e del suo clima: i vestiti leggeri, i capelli raccolti delle donne, i letti senza coperte su cui giacciano i due giovani fratelli, nelle notti in cui il dialogo fra loro si fa fitto e significativo, foriero di una gioventù ancora da vivere, sperimentare. E ci sono anche i sobborghi di Napoli: palazzi scrostati, dietro impalcature fatiscenti, muri anneriti, giovani persi, galere, dolore, brutture. Mentre il mare, come sempre, pacifica tutti gli animi, anche i più turbati, i più infelici. La grotta di Capri, in cui il protagonista sperimenta l’amicizia, forse sbagliata, forse pericolosa; ma amicizia tra due ragazzi, diversi, spogliati della loro diversità culturale e familiare; solo due giovani innocenti in un lavacro naturale che li unisce in un abbraccio liquido.
Poi c’è la follia nella sua componente sensuale, negli occhi strabuzzati di chi è disperato, di chi crede nei fantasmi della tradizione, di chi sembra non trovare felicità nella gabbia sociale in cui si trova prigioniera, fino al punto in cui la libertà dell’animo, il desiderio di respiro profondo, viene interpretato come pazzia. Ecco zia Patrizia, una talentuosissima Luisa Ranieri, incarnazione perfetta, nel corpo e nello spirito, della Musa che ispira, che consola, che comprende, che soffre, che è completamente ‘’connessa’’ con il protagonista, Fabietto. È all’interno di una clinica psichiatrica che comunicano reciprocamente, davvero per la prima volta. Una unione che trova il suo preludio nelle scene precedenti del film, ma che adesso diventa vero scambio, conferma dell’affinità tra le sue anime. Zia Patrizia dice di aver visto il “Munaciello” e Fabietto è l’unico che crede alla sua affermazione.
Tra le scene oniriche che caratterizzano il film c’è la vita vera. C’è la vita e l’infanzia del suo regista: Paolo Sorrentino. C’è il ricordo di una madre scanzonata, vitale, concreta, sorridente, ma che porta dentro un dolore indescrivibile, un lamento straziante che sconquassa il suo petto, ma anche quello del giovane Fabietto che, in un legame viscerale con lei, sente il suo dolore e lo trasferisce nel suo corpo. Il tradimento del marito lo conosce, lo accetta, ma la distrugge. Tace con la bocca, ma grida con l’anima. Ama i suoi figli e con i suoi scherzi si vendica dell’ingiustizia del mondo. E Teresa Santangelo rende pienamente la complessità di questo personaggio, così importante nell’intero racconto. Saverio Schisa, il padre, uomo affermato, sicuro di sè, ama la moglie e la sua famiglia, ma non ha la forza di lasciare l’amante, da cui alla fine del film, si apprende, abbia anche avuto un figlio. È l’immagine perfetta della debolezza umana, incapace di fare delle scelte, di amare completamente. Baci vuoti i suoi.
E poi l’altro grande protagonista: Diego Armando Maradona. Un mito per il popolo napoletano. Il suo acquisto da parte della squadra di Napoli è un evento fondamentale e agognato, come le sue partite, che divengono eventi imperdibili. Sono l’epifania del Dio. È lui che dà il titolo al film, è lui quel Dio a cui si riferisce il regista. Ma Maradona è anche lui Napoli, come San Gennaro, come il “Munaciello”. È l’immagine di un popolo che agisce in maniera corale, che si infervora. Qualsiasi evento della vita quotidiana diventa secondario se a Napoli giunge Maradona. Gli occhi si riempiono di lacrime e i corpi tremano. A lui si attribuisce addirittura la salvezza del protagonista. È stata la mano di Dio infatti per traslato ”È stata la mano di Maradona”, per assistere ad una partita del grande “Pibe de oro” infatti, Fabietto non si recherà nella casa di montagna con i genitori.
E nel frattempo il cinema. Fellini spopola tra gli aspiranti attori; fa provini nella città e tutti accorrono. Fabietto guarda a questo mondo con sospetto, ma ne è attratto. Non conosce ancora, non sa cosa quel mondo voglia da lui e cosa lui voglia dal cinema.
E poi la morte. La morte giunge a sconvolgere la sua vita, ne scardina i paletti che la contenevano. Tutto va in frantumi. I cocci sono tanti, lontani fra loro, impossibili da ricomporre. La paura possiede il protagonista. Poi un incontro importante: Capuano. Il loro dialogo, intenso, costituisce il cuore dell’intero film. Capuano chiede in modo incalzante e reiterato a Fabietto: “La tieni una cosa da dire?,” “A tieni na cosa a raccuntà?”. E il protagonista risponde piangendo, disperato: “Non me li hanno lasciati vedere”. Fabietto ha il dolore da raccontare. Il cinema diventa un bisogno, un modo per esprimere se stesso. È un ragazzo molto silenzioso che ha trovato finalmente la sua strada d’espressione. Capuana è il conflitto ed il coraggio di esprimerlo. Fabietto (Paolo Sorrentino) cerca una vita immaginaria, perché la vita vera non gli piace più, la definisce “scadente”. E trova il cinema.
La vita raccontata da Sorrentino in questo film è la sua. È il suo punto di vista. È quello che lui stesso adolescente ha visto, vissuto, sentito, ragionato, metabolizzato. È lui che ha trovato la sua strada. Paolo Sorrentino racconta di come un dolore possa essere sublimato, di come sia necessario sentirsi smarriti, per ritrovarsi. A volte i pezzi non possono ricomporsi. Bisogna trovare una nuova forma. Dai cocci di un vaso rotto si possono creare miliardi di altre cose, altrettanto belle, ma non la forma originaria. E questo in fondo è la vita che, se si vuole continuare a percorrere, deve cambiare. Capuano afferma che la speranza produce film consolatori e che è il dolore il motore delle azioni. A questo punto corrisponde il passaggio all’età adulta. Lo sguardo al futuro si allarga, lasciando il limbo del dolore in cui la morte lo aveva fermato. La contessa e il sesso con lei, meccanico, da manuale di istruzioni, ne è una componente importante. L’anziana donna dice infatti a Fabietto: “Il mio compito è darti una mano a guardare al futuro”; proprio come traghettatori, infatti il regista Capuano e la baronessa aiutano Fabietto, ormai Fabio, in questo rito di passaggio e lo consegnano alla riva della vita ancora da vivere. Il futuro adesso è chiaro e aperto. Fabio, così lo sprona il registra Capuano ad essere chiamato, sa che la vita può offrirgli qualcosa di altrettanto bello a ciò che la morte gli aveva strappato. Ed ecco che, alla fine del film, ricompare il “Munaciello” che, se appare ben disposto con zia Patrizia all’inizio del racconto, poi si vendica con lei, perchè ha rivelato di averlo incontrato, procurandole importanti disgrazie e adesso si mostra assolutamente dalla parte di Fabio Schisa, che viaggiando verso Roma lo incontra personalmente. Il Munaciello lo saluta con un gesto della mano e si toglie anche il cappuccio, svelando il suo volto bambino.
Grandi interpreti per un grande film, dalla regia complessa ed affascinante, che esigerebbe infinite pagine di commento, come detto all’inizio. Circolare ed estremamente significativa la scelta musicale e soprattutto della canzone che chiude l’intera pellicola: “Napule è” del grande Pino Daniele, che chiude in modo circolare il racconto, sancendo la completa mescolanza tra la vita dei personaggi e la loro appartenenza ad un luogo a se stante e incomprensibile “agli estranei”.
È la storia di un regista come lo è stata, con dinamiche e ambientazioni differenti, quella di Giuseppe Tornatore, nel suo “Nuovo Cinema Paradiso” del 1988. Qui Fabietto\Paolo Sorrentino, lì Totò\Giuseppe Tornatore adolescente, trova la sua strada nel mondo del cinema, dovendo fare delle rinunce dolorose: la perdita dei propri cari e della propria terra. In questo film il regista Capuano segna la svolta nella vita di Fabietto, come nel film del 1988 ha fatto Alfredo, promotore e fautore del suo cambiamento. Due film di altissimo livello artistico e di grandi contenuti. Le vite di due registi davvero vocati, ma la vita in fondo di ognuno di noi.
‘’E’ STATA LA MANO DI DIO’’ film di Paolo Sorrentino, 2021.
Cast: Luisa Ranieri (zia patrizia), Filippo Scotti (Fabietto Schisa), Teresa Santangelo (Maria Schisa), Tony Servillo (Saverio Schisa)
Uscita 24 novembre 2021
Musiche: Lele Marchitelli
Fotografia: Daria D’antonio
Casa di produzione: The Apartment, Fremantle
Presentato in concorso alla 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Leone d’argento-Gran Premio della giuria e il giovane Filippo Scotti, alla sua prima esperienza cinematografica, ha ricevuto il premio Marcello Mastroianni. Il film è stato selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022 nella sezione miglior film internazionale.
CANDIDATURE: Oscar al miglior film in lingua straniera 2022, Gran Premio della giuria 2021 a Paolo Sorrentino, Premio Marcello Mastroianni 2021 a Filippo Scotti, Leone d’Oro 2021 a Paolo Sorrentino.