#ilpuntodimacchia: La crisi di Governo, la classe politica nazionale e le spinte populiste

Non esistono scorciatoie alla competenza, il panorama dei protagonisti della politica italiana risulta inquinato dagli effetti delle spinte populiste

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La crisi di Governo non è ancora finita, anche se parrebbe si sia avviati a una soluzione che speriamo sortisca un risultato utile a evitare la catastrofe del Paese, e tuttavia i commentatori tutti sono concordi nel definirne l’epilogo impersonato oggi dal Prof. Mario Draghi come il fallimento della politica. 

A ragione, credo, si osserva come la classe politica nazionale ha prima cominciato a mostrare la propria debolezza a reggere il confronto politico che la crisi innescata ha provocato e poi ha mostrato tutta la propria inadeguatezza allorché è naufragato qualsiasi tentativo di ricostruire una maggioranza nonostante il tentativo di ricorrere ai “Responsabili 2021”. Trovo indubitabile come il panorama dei protagonisti della politica italiana risulti a dir poco inquinato dagli effetti delle spinte populiste, quelle innescate da Berlusconi all’inizio degli anni novanta e cavalcate, oltre l’immaginabile almeno a quei tempi, da Grillo nel primo decennio degli anni duemila. 

Non ci meraviglia ormai leggere o ascoltare in questi giorni da parte di alcuni parlamentari pentastellati che, nella consapevolezza che il loro tempo di beneficiati dal destino lautamente stipendiati rischia seriamente di terminare, si lanciano in dichiarazioni che sembrano far parte degli appunti degli autori di Maurizio Crozza o Sabina Guzzanti. 

Barbara Lezzi 05.02: “Draghi non ha né la preparazione né le conoscenze internazionali per guidare l’Italia”. 

Va detto che negli anni, e vieppiù negli ultimi due, anche gli esponenti delle altre forze politiche si sono adeguati, diciamo in senso lato, allo stile contribuendo a offrire uno spettacolo, tramite social soprattutto, che assai spesso sembra uscito da una raccolta postuma del contenuto dei bigliettini scritti frettolosamente tra i banchi delle scuole elementari di un tempo tra compagni e compagne di classe che si detestavano o si amavano, per di più con lo stesso ritmo compulsivo. 

Questo ha contribuito a generare la convinzione che da parte di chiunque si possa intervenire con commenti, sui social come in famiglia o persino in consessi di partito per i più impegnati sul fronte della politica, anche su temi e argomenti dei quali non si possiede alcuna competenza. 

Qualcuno ha sostenuto tuttavia, e io modestamente tra questi, che il mondo politico potrebbe avere da questa debacle un’irripetibile occasione di resipiscenza per far nascere e crescere una nuova classe dirigente, non solo in termini generazionali, che si candidi a sostituire quella che oggi occupa gli scranni del Parlamento. Purtroppo, ma mi auguro di sbagliarmi, non nutro grande ottimismo in tal senso. 

Ci sarà da chiedersi allora se ciascuno di noi vuol coltivare questo latente quanto malsano desiderio di anarchia, purché per carità saldamente confortato dai vantaggi della democrazia e delle tutele e certezze che questa ci assicura, oppure se non sia il caso di fare un esame di coscienza e capire se e cosa ognuno può fare nell’immediato futuro per arginare la deriva e non rischiare domani di registrare anche nel nostro Paese come normali o ineluttabili episodi allarmanti come quelli accaduti lo scorso sei gennaio a Capitol Hill a Washington. 

Ricordo alcuni anni fa, nell’esercizio della mia professione di Avvocato, in studio mi ritrovai davanti un aspirante cliente che mi “spiegava” i vari aspetti giuridici del suo caso brandendo un testo stampato e proveniente da una ricerca internet che si era premurato di effettuare a mio conforto. Pregai gentilmente quel signore di cercarsi qualcun altro per assisterlo. 

È un po’ la stessa reazione che mi provoca da tempo e oggi più che mai l’idea che un comico che ha calcato le scene dei teatri italiani e della Tv si arroghi il diritto – anzi a sentir lui il dovere – di illustrare agli italiani quali siano le vie giuste per realizzare il sogno di una democrazia (diretta!?) compiuta ammannendo soluzioni semplici per qualunque problema. 

In decenni di impegno professionale in campo giuridico ho imparato che le scorciatoie semplicistiche sono quanto di più errato e fuorviante possa esistere. Non esistono scorciatoie alla competenza e non c’è niente di più errato che l’approccio semplicistico quando di semplice non c’è neppure la compilazione di un modulo per la spedizione di un pacco. Continuare a far credere alla gente che tutto è semplice e che si ha soluzione a tutto in termini sbrigativi è quanto di più criminale un politico possa comunicare al “popolo dei likes”. 

In questi giorni ho sentito spesso vari esponenti politici di ogni schieramento dichiarare in forme e parole simili di come la loro agenda sarà dettata dai cittadini. Anche in questa asserzione trovo una stilla di veleno populista giacché io credo che il faro cui protendere del rappresentante politico deve essere il benessere dei cittadini non il soddisfare soltanto le loro seppur legittime immediate richieste giacché esistono strategie e strumenti i cui effetti per la Nazione e quindi per il singolo cittadino non possono essere immediati. 

E allora, nella convinzione che a ciascuno incombe il dovere di profondere ogni possibile sforzo nella direzione indicata, mi permetto di suggerire un breve decalogo: 

  • Procurarsi informazione cercando di non limitarsi a una sola fonte, se per di più questa fonte è un social network, avendo pure consapevolezza che le fake news sono un veleno assai più pericoloso di quanto si immagina. 
  • Cercare di farsi un’idea su qualsivoglia argomento senza affidarsi soltanto a quanto dice l’amico che si vanta di essere esperto di qualunque cosa. 
  • Diffidare di chi davanti a un caffè al bar piuttosto che davanti una telecamera in Tv sentenzia semplicisticamente su qualunque argomento, solitamente attribuendo accuse di tentato latrocinio. 
  • Raggiunger consapevolezza che la cosiddetta “cultura giustizialista o manettara” non è un esercizio di noi legulei per difendere privilegi o rendite, perdute da tempo se mai possedute, è un veleno che viene propinato nei confronti di chi, inconsapevolmente magari, cova rancore montante di sovente si trovi nella incapacità di riconoscere che i nostri insuccessi spesso sono conseguenza del nostro operato; e questa “cultura” viene propinata da chi consapevolmente sa che, offrendo questo tipo di vendetta travestita, raccoglie facili consensi tacendo (qualche volta non sapendo) che il diritto di ciascuno, chiunque, deve esser tutelato per tutelarci dalla barbarie. Trovo indicativo quanto allarmante che in periodo post bellico gli italiani favorevoli alla pena di morte erano circa il 10/12%, oggi pare si attestino intorno al 40%. 
  • Cercare di insegnare ai propri figli che informarsi sul maggior numero di argomenti possibili è un’assicurazione di indipendenza sulla propria vita.
  • Insegnare ai propri figli che l’insegnamento della Educazione Civica (o come si chiama adesso) a scuola è un viatico importante per capire il funzionamento della macchina statale che non è giusta quando paga la pensione al nonno che ci fa dei bei regali e ingiusta quando impone alla mamma di pagare il “bollo” della sua auto che lei adopera assai poco.
  • Educare i propri figli all’importanza del voto nelle elezioni dei rappresentanti di classe come in quelle per il Parlamento della Repubblica. 
  • Esser consapevoli e insegnare ai figli e nipoti quanto sia basilare coltivare la memoria storica del nostro Paese. 
  • Attribuire al momento del voto il proprio suffragio in favore di chi si pensa sia più aderente ai valori che coltiviamo e non attribuire la nostro preferenza al cugino, al conoscente simpatico o al tizio raccomandato da… . 
  • Osservare come la conquista dello Stato Repubblicano ci metta oggi al riparo dai pericoli di uno Stato retto in modo magari velatamente dittatoriale che spesso nega ai cittadini – e ci sono parecchi esempi oggi nel mondo – diritti fondamentali frutto di lotte fatte e vissute dai nostri antenati. 

Ecco, credo che se non proveremo, a prescindere dalle poche “regole” invocate, a raggiungere consapevolezza diffusa avremo perso tra gli altri il diritto di lamentarci.

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