#Unlibroasettimana: Proprietà, come possedere può diventare una condanna

Una serie di racconti per analizzare gli effetti negativi di vivere solo di possesso

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I tempi che viviamo vengono spesso letti come ideali per capire come il materiale non sia eterno; il sentimento e quindi l’immateriale sono fattori da preservare. Tuttavia va detto che il possedere qualcosa ci fa sentire più agiati, tranquilli di poter essere padroni del nostro quotidiano. A lungo andare però ciò può portare ad una serie di fragilità, specie quando il possesso comincia a svanire. Proprietà (66thand2nd, 335 pp., 18 euro) della scrittrice e giornalista statunitense Lionel Shriver è una raccolta di racconti (tradotto in italiano da Emilia Benghi) che si concentra proprio sull’eccesso del possesso, narrato tante volte tramite tratti grotteschi. 

C’è un punto di vista tragicomico in questi racconti e in questi dodici personaggi: il possesso diviene sicurezza, accessibilità, conferma della propria personalità. Ma basta davvero poco, un qualcosa in più rispetto al dovuto, per far crollare i propri riferimenti. Tra i personaggi si potrebbero elencare: Jillian che regala un particolare lampadario al suo ex fidanzato Weston in vista delle sue nozze e ciò porterà scompiglio al limite dell’assurdo; un quarantenne che chiede una parte del patrimonio al padre; un postino che, rubando le lettere di una donna, le risponde provando ad intrecciare un rapporto imbarazzante; una giornalista fortemente parsimoniosa che dovrà avere a che fare con una coinquilina che metterà alla prova la sua visione molto maniacale del risparmio e del possesso.

Questi sono una minima parte dell’umanità che traspare in dodici personaggi pieni di complessi, tic e imbarazzi per la propria visione delle cose. Una visione molto legata al materiale che però non riescono a rinnegare. Possedere significa, come anticipato prima, essere padroni di un qualcosa, non avendo una personalità capace di imporsi verso altri. L’accumulo che diviene però il frutto proibito. Avere tanto e troppo soddisfa e serve a coprire le proprie mancanze. Mancanze che potrebbero essere curate solo con una lucida constatazione di ciò che è indispensabile, importante, accettabile e inutile. Un libro che ci ricorda, con un pizzico di cinismo e ironia, una certa deriva umana che caratterizza soprattutto gli ultimi 30 anni di società, quella basata sul fondamentale criterio del consumo e conservazione, della logica dell’avere per viversi. Questioni di orgoglio e rinascite che si possono comprendere trovando un oggetto molto costoso dentro di sé: si chiama equilibrio, costo alto e introvabile tante volte.

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