In ricordo di 3P

La sua attenzione si rivolse al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla fede

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Sorrideva Don Pino quando, la sera del 15 settembre del 1993, si trovò davanti il killer mandato dai fratelli Graviano, capi del mandamento di Brancaccio, per porre fine alla sua esistenza.

Ed è appunto il sorriso il tratto caratteriale che contraddistingueva don Pino, soprattutto per i tanti ragazzi che tolse dalla strada evitando così che precipitassero nel vortice della criminalità organizzata. È stato un educatore instancabile per tanti giovani fin dai primi anni del suo ministero sacerdotale.

A Brancaccio, nella parrocchia di San Gaetano, don Pino arrivò il 29 settembre del 1990, pochi giorni dopo il suo compleanno. Conoscendo le problematiche e le dinamiche del quartiere si mise subito all’opera per ritessere la trama molto diradata del tessuto sociale. Nel gennaio del 1993 inaugura il “Centro Padre Nostro” che diverrà, nel giro di pochi mesi, il centro nevralgico e il volano di trasmissione dell’opera di don Pino. La sua attenzione si rivolse al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla fede. Questa sua intensa attività pastorale ha costituito il movente dell’omicidio, i cui esecutori e mandanti sono stati arrestati e condannati in via definitiva.

La sua azione pastorale e liturgica diventa anche passione sociale e si attiva per mettere in pratica gli insegnamenti evangelici attraverso la dottrina sociale della Chiesa e nel coinvolgimento delle famiglie del quartiere nel progetto di legalità. Collabora con l’Associazione Intercondominiale per rivendicare i diritti civili per la borgata, denunciando malaffare e collusioni e subendo le prime pesanti minacce.

La sera del 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, mentre sta rincasando dopo un’ennesima giornata di intenso lavoro, un uomo, che verrà identificato in Gaspare Spatuzza, lo chiama per nome. Don Pino si gira, lo guarda in faccia, abbozza un sorriso ed esclama: “me lo aspettavo”. Subito dopo cade a terra, ucciso da un colpo di pistola sparatogli alla nuca da Salvatore Grigoli, l’altro killer arrivato insieme a Spatuzza in piazzale Anita Garibaldi per portare a termine la missione di morte voluta dai boss di Brancaccio.

Don Pino dava molto fastidio alla mafia. La sua opera all’interno della borgata era vista come fumo negli occhi da parte di Cosa Nostra. Per il solo fatto che don Pino, con l’azione sociale portata avanti nel Centro Padre Nostro, sottraesse manovalanza alle cosche era motivo di incomodo per le “famiglie” mafiose. E per questo doveva pagare. Non bastarono le minacce, gli insulti, i messaggi sotterranei, gli atti intimidatori contro il Centro. L’obiettivo finale era toglierlo di mezzo.

Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto”. Con queste parole, pronunciate il giorno dopo la cerimonia di beatificazione del 25 maggio 2013, Papa Francesco ha voluto sottolineare l’apostolato di don Pino portato fino all’estremo sacrificio e il martirio subito.

Il sorriso di don Pino è sempre presente nell’iconografia ufficiale ed è lo stesso sorriso che aveva sempre per tutti coloro che si rivolgevano a lui per un aiuto, un consiglio, una buona parola.

“Se ognuno fa qualcosa…” era il suo intercalare e lui, col suo sacrificio, ha contribuito alla presa di coscienza della legalità e giustizia di tante generazioni di giovani.

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