Il pane perduto: una vita per ricostruirsi

Il racconto autobiografico della scrittrice coinvolta nella tragedia della Shoah

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Edith Bruck prima di essere tale, è stata Edith Steinschreiber. Ancora prima la giovane Dikte. Cresciuta in Ungheria, ultima di sei figli, all’età di tredici anni verrà deportata in diversi campi di concentramento. Siamo nel 1944, la fase finale dell’orrore dell’Olocausto. Il pane perduto (La Nave di Teseo, 128 pp., 16 euro) è l’impronta autobiografica della scrittrice ungherese naturalizzata italiana. Il titolo fa riferimento a quel pane che la madre aveva messo a lievitare poco prima della deportazione. Il racconto del suo viaggio dell’inferno tra diversi campi, la separazione dalla famiglia, la liberazione, il dilemma di come e dove ricostruire una vita decente per sé.

Il dolore atroce di Dikte è sintetizzabile in quella liberazione: insieme alla sorella più grande Judit si salva dalla morte nell’aprile 1945. In quegli istanti inizia a prendere forma un dubbio: adesso dove vado? Ogni luogo le sembra non riuscire a contenere quell’angoscia e il tempo non serve a fare da anestetizzante. Rientra in Ungheria ma lì si sono fossilizzati troppi ricordi (genitori, un fratello e diversi familiari rimangono uccisi nei campi). Parte verso la Cecoslovacchia ricongiungendosi ad una sorella ma anche da lì Dikte scappa. Quel malessere capisce che potrebbe essere segno di una necessità di muoversi e allo stesso tempo cercare forme di svago. L’occasione è unirsi ad una compagnia di ballo composta da esuli finché giunge in Israele, passando per la Grecia. Quando sembra aver trovato quella terra promessa di richiamo biblico, decide di spostarsi di nuovo. Arriva alla tappa finale: in Italia, prima a Roma (dove incontrerà l’amore della sua vita, il poeta Nelo Risi) ed infine a Napoli. Da quel momento Edith Bruck resterà lì fino ad oggi. 

Il racconto di Bruck è un viaggio non solo fisico ma soprattutto interiore. Una vita da ricostruire non soltanto a livello di motivazioni ma anche per dare forma al suo vissuto. C’è consapevolezza che quei ricordi della sua adolescenza sono cicatrici indelebili. Ma altresì c’è un desiderio ardente di sentirsi viva e di esserci: una risposta indiretta a chi la voleva morta. Bruck ha dedicato i suoi anni da scrittrice a testimoniare e informare le giovani generazioni del dramma dell’Olocausto. Dimenticare significa essere indirettamente complici di chi potrebbe ripetere simili scenari. Oggi 25 Aprile, l’Italia festeggia la Liberazione dal nazifascismo. Ripudiare quelle ideologie e quella mentalità significa essere Italiani. Capire che la storia può ripetersi se agiamo distratti.

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