Cento volte Leonardo Sciascia

Il centenario dalla nascita di Sciascia serve ad apprezzare (e rimpiangere) la sua figura

0

Dici Sciascia e pensi a Leonardo. Si apre un universo di parole, interessi, cause civili, spunti geniali di riflessione su ogni ambito, anche il più tecnico o polveroso. Il centenario dalla sua nascita è la grande occasione per ricordarlo e non solo celebrarlo in modo sbrigativo.

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto l’8 gennaio 1921. Dopo le scuole tra la città natia e Caltanissetta, nel 1941 lavora presso il Consorzio Agrario di Racalmuto, un impiego che lo aiuta ad identificare i profondi problemi di una certa fascia sociale e di una certa Sicilia. Dopo 8 anni di attesa, diviene maestro di scuola elementare. Comincia a scrivere e s’impone con una raccolta di poesie e di racconti, trovando la curiosità di recensori come Pasolini. Poco dopo arrivano Le Parrocchie di Regalpietra e gli zii di Sicilia che attirano anche l’interesse di Italo Calvino. La collaborazione con il Corriere della Sera lo rende un nome riconoscibile. Quella narrativa a tinte noir e giornalistiche in cui analizza la società italiana, con occhio clinico e senza preconcetto, è il marchio con cui riconoscerlo: Il giorno della Civetta, A ciascuno il suo, Todo Modo solo per citarne alcuni.

Sciascia che segue e si ispira a Luigi Pirandello con quasi senso di devozione. Per Leonardo Sciascia infatti ogni singolo argomento è da indagare e analizzare in ogni particolare. Ogni fatto ha più punti di vista, mai soltanto uno ed è quasi nocivo adattarsi a quello scontato e più comodo da accettare.

La politica lo interessa: il legame difficile con i comunisti, deputato con il Partito Radicale, le ultime simpatie per i socialisti. Quell’interesse viscerale ma molto razionale per i diritti umani e le regole del gioco democratico, quello stile risoluto di analizzare le falle di un sistema in precario equilibrio. Quel suo fatalismo dove si concentrano prese di coscienza e un realismo scambiato facilmente per amarezza. 

Per Sciascia stimolare dibattiti significa anche prendersi antipatie e generare perplessità: parlare della mafia, guardare con scetticismo ad una certa antimafia, gli errori giudiziari (vedi il caso Tortora), le ambiguità della classe politica. 

Per Sciascia focalizzare il proprio pensiero sull’Italia e sulla comunità europea, non esclude la sua Sicilia. La sicilianità che diviene stile per identificarsi in mezzo a mille personalità, croce e delizia, un modo per sentirsi duramente segnati in un destino. La sicilitudine, conia una parola che raggruppa tutto questo. Le amicizie intense con Gesualdo Bufalino e Andrea Camilleri. 

Questo e tanto altro fu Leonardo Sciascia: scrittore, saggista, critico, giornalista. Tutti e quattro insieme, senza mai riuscire a essere una sola cosa. Muore nel 1989, oramai lacerato dalla malattia che lo perseguitava da anni. 

Recentemente il nipote Fabrizio Catalano ha affermato che all’Italia mancano intellettuali lucidi come il nonno. Quel nonno che idealmente immaginiamo a Racalmuto, seduto fuori, vestito di tutto punto, a fumare l’ennesima sigaretta, pensando all’ennesimo fatto di cronaca. Stimolare idee laddove altri non trovano riflessioni. La mancanza di Sciascia che può essere colmata leggendolo, studiando e capendo quel siciliano lucido e apparentemente asciutto nello stile.

Bisognoso costantemente di verità in un mondo di frasi fatte e interessi sterili.

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.