La strada di casa: cambiare sempre per (non) trovarsi

Haruf racconta un’umanità che guarda al cambiamento ma senza sapere come usarlo

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Kent Haruf è stato uno dei migliori narratori della sua generazione; quasi 7 anni fa una malattia polmonare lo stronca. Lascia in sospeso un percorso virtuoso di analisi e controanalisi di una condizione umana che lentamente si sfalda ma non si distrugge. Nel 2020 è stato tradotto in italiano da Fabio Cremonesi il romanzo La Strada di casa (NN Editore, 192 pp., 18 euro) e ha riscosso un ragguardevole successo, soprattutto da parte della critica letteraria.

Il protagonista di questa vicenda è Jack Burdette, un personaggio all’apparenza “non letterario”. Rispecchia il prototipo del ragazzo medio di Holt, cittadina di origine. Jack frequenta quei luoghi, pare adattarsi. Gioca a football e in quella porzione di America è lo sport che ti rende celebre nel tuo completo anonimato. Fa in seguito il militare in missione all’estero, un altro modo per cercare un suo confine di eroe. Sembra però non trovare mai quell’anelito di riconoscimento in sé e in quella comunità. Holt lo imprigiona, sentimentalmente le cose non vanno meglio. Si innamora con facilità e senza, pare, un filo di logica. Quando sembra aver trovato la persona giusta, la lascia. Holt che si rimpicciolisce. Capisce che lui è troppo grande per quella cittadina inutilmente ancorata alla routine, al dipinto sociale della società statunitense. In quel periodo lavora in un’azienda: ne ruba il patrimonio e scappa. Scappare è la cosa giusta, la più logica per Jack. Cambiare vita per (non) trovare la sua vera essenza. Il ritorno dopo otto anni è una ferita che si riapre. La comunità lo vorrebbe vedere morto piuttosto che vanitosamente girare con la sua Cadillac fiammante.

Quel ritorno a Holt serve a posizionare e ricomporre i pezzi del mosaico della condizione mentale che imprigiona e libera Jack Burdette, alla stessa intensità. Kent Haruf descrive la continua ricerca di vita. Il desiderio di capire se l’errore è colpa nostra o siamo stati costretti a compierlo. Vita intesa come avidità nel provare emozioni forti, a soddisfare le proprie pulsioni, quella tensione a sbagliare e non pentirsi. Quel pentimento che è una soglia di sopportazione che prima o poi sfibra i propri muscoli, la tensione riduce ogni sorta di aspirazione ad auto analizzarsi. Tante volte il cambiamento è la scelta più facile per non rimediare. Riparare alle proprie vicende sembra un’onta. Forse un po’, ma è una via da non scartare. Specie quando vogliamo essere noi stessi ma non riusciamo (e non vogliamo).

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