ALMARINA: un’esigenza di amare ed essere amati

La storia di una ricerca d’amore con protagoniste due persone di età e cultura diverse

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Molti psicologi sono concordi: le festività accentuano il bisogno d’amore, un bisogno che dura tutto l’anno. La pandemia ha prodotto un aumento di questo sentimento. Una condizione che è un continuo manifestarsi nell’animo umano. Non si riesce a dichiararlo al proprio io, magari ancorati ad un orgoglio che ci fa sopravvivere e non vivere con dignità. Una sorta di recondita solitudine che richiama quel desiderio di riconoscersi in occhi diversi ma stimolanti. La scrittrice napoletana Valeria Parrella affronta questo tema con un libro che sembra respirare da sé, con orgoglio e tatto. 

Almarina (Einaudi, 136 pp., 17 euro) affronta la questione dell’innamoramento, inteso come alito di vita in un disordine interiore ed esteriore. Elisabetta Maiorano è una cinquantenne insegnante di matematica, lavora presso il carcere minorile campano di Nisida. 

Quell’impiego rappresenta un supporto su diversi fronti, accomunati da una matrice: credere. Credere nell’insegnamento, non solo di numeri e nozioni. Credere nel dare stimoli dove la mente di questi ragazzi si concentra sull’onta di essere lì. Credere che quegli adolescenti hanno basi sulle quali costruire vite solide. Credere anche in quella struttura, incastonata in un entroterra partenopeo in cui tutto si lega e si scinde in modo purissimo. 

La catena di certezze si rompe però quando deve affrontare sé stessa, Elisabetta la donna e non insegnante. Sente un terrore di fondo, quella paura di non riuscire a capirsi. Essere vedova non fa altro che portarla a ricordare quel marito, un passato andato e disgraziato. 

Un giorno in quel di Nisida arriva Almarina, una ragazza di 16 anni e di origini romene. Bella, orgogliosamente fiera ma allo stesso tempo poco fiduciosa su chi la circonda. Proviene da vicende familiari molto complicate. Succede qualcosa lì. Non scatta immediatamente quella scintilla, ci vogliono parole e sorrisi. 

Elisabetta ha trovato in Almarina ciò che potrebbe essere un’ispirazione, un motivo di soddisfazione, una figlia. Almarina ritrova in Elisabetta quel calore umano e quella figura materna che le vicende della vita sembravano non più contemplare.

Valeria Parrella ci porta in un flusso del sentimento in cui l’innamoramento non è più solo quello classico, che sfocia nel carnale. Un romanzo sincero che non trascende nella banalità del volersi bene. C’è invece l’innamoramento che richiama alla necessità di cercare persone che stimolino certezze laddove persistono nebbie. Riconoscersi in nuove persone che creino fondamenta laddove la polvere sembra non voler costruire nulla di solido. Capire cosa si è in grado di fare quando ci si sente amati e stimati, superare pregiudizi e steccati. Steccati culturali o di un carcere minorile, essere come Elisabetta Maiorano e Almarina. Urlare dentro di sé che c’è un sentiero misterioso da attraversare ma è più sicuro percorrerlo con la luce di un affetto. Guarire ferite interiori per guarire sé stessi e, inconsapevolmente, il prossimo.

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