La versione di Banksy, tra colori e messaggi

Banksy decide cosa fare della sua arte: non vuole che diventi un simbolo consumistico dei social o dei media

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In ore difficili come queste, in cui i primi provvedimenti anti-covid hanno preso piede in quasi tutta Europa, è bene ricordare quei settori che vengono colpiti. Il settore della cultura non deve essere dimenticato, specie in questi momenti, poiché rappresenta uno strumento per inquadrare al meglio questo periodo storico, di difficile interpretazione.

Bene ricordare a tal proposito che, fino al 7 gennaio 2021 (da vedere se sarà prevista una nuova finestra temporale date le circostanze che impongono adesso la chiusura di musei e gallerie), è prevista una mostra a Palermo dedicata ad uno degli artisti più amati e discussi di questo millennio: Banksy. Una mostra con un doppio percorso, quello del Loggiato San Bartolomeo e del Palazzo Trinacria. 

Il nome della mostra è più che riassumibile del concetto dell’artista britannico, Ritratto di ignoto. Questo perché l’identità dell’artista è un mistero che affascina e irrita il mondo artistico e non solo. Il nome della mostra fa riferimento ad un’opera di Antonello da Messina, ma con quest’ultimo diviene artificioso trovare agganci. 

Alla presentazione della mostra, i tre organizzatori, Gianluca Marziani, Stefano Antonelli e Acoris Andipa, hanno tenuto a precisare che l’artista originario di Bristol non ha patrocinato l’iniziativa. Le opere sono una collezione privata, nulla di inviato o omaggiato dall’artista. Il motivo è semplice: non è rintracciabile nessun intermediario, si fa sentire solo quando vuole lui, quando crea.

Banksy è questo: un concentrato di arte, colori, scelte bizzarre a livello di soggetti ma sempre riconducibili ad un contenuto di forte impatto. 

Rimanendo alla mostra palermitana, passiamo da topi a scimmie fino a figure miste tra mitologia e preistoria, con un deciso interesse all’antropologia e alle sue conseguenze.

L’impronta di Banksy è quella riconducibile alla street art, all’utilizzo dello stencil e graffiti. Uno stile che però si inserisce in una forma quasi inedita. Decide in modo imprevisto, senza anticipazioni, i luoghi in cui inserire e colpire con la sua arte.

Può decidere di fare incursioni nei musei, piuttosto che decidere di distruggere una propria opera tramite un congegno in un’asta, scegliere un muro di una via periferica britannica. Perché lui decide cosa fare della sua arte: non vuole che diventi un simbolo consumistico dei social o dei media. Possiede dei profili social ma li utilizza solo per esporre le ultime creazioni: bambini giocosi e speranzosi, forze dell’ordine in tenute pacifiste, animali bizzarri, oggetti che improvvisamente prendono vita.

La sua arte ha un obiettivo: scuotere le coscienze. In questi anni Banksy non ha mancato mai di imporre le sue opere, la sua street art in particolar modo, per veicolare messaggi. Questione migratoria, razzismo, laicità, rispetto dei diritti umani, la negazione delle guerre e in questi mesi ha prodotto qualcosa anche sul tema della pandemia. Un topo che starnutisce vernice blu con il messaggio “indossa la mascherina, guarda che succede”, e un bambino che gioca con una bambola vestita da infermiera per omaggiare la sanità impegnata nella gestione del Covid.

Un’arte senza barriere, senza steccati ideologici e geografici. Le sue opere sono di tutti e di nessuno, sono etiche e immorali, sono staticità e dinamismo. Lui è il mix ideale di un momento di estrema incertezza. L’auspicio è resistere, superare un momento del genere, riflettere e ripartire per davvero. Riprendere la propria vita, prenderci quei valori che abbiamo sempre sottovalutato o messo da parte. E, perché no, dare un’occhiata alla mostra palermitana di un genio maledettamente umano.

 

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