“La vita bugiarda degli adulti”, l’ultima fatica di Elena Ferrante

Ferrante sembra un fantasma, non c’è, non si fa vedere, decide quasi di giocare: presentarci una precarietà e lasciare la riflessione al lettore, senza repliche

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È tornata Elena Ferrante e i risultati si vedono. Si notano spesso i suoi titoli, tra i più venduti al mondo, specie nel mercato statunitense. Lei è la scrittrice italiana più conosciuta al mondo anche se non si sa chi sia. Le ipotesi si rincorrono, si aggrovigliano, le esclusive, le indiscrezioni succulente, gli scenari: tutto pur di capire chi sia (una donna, un uomo, una coppia?). 

Dall’esordio nel 1992 con “L’Amore Molesto”, i consensi sono cresciuti, come anche le vendite. La quadrilogia de “L’Amica Geniale” è stata la consacrazione a livello mondiale. Piace la sua scrittura, lo stridore con cui argomenta, il cinismo con il quale etichetta i suoi personaggi contraddittori e oscuri.

Nel novembre 2019 è uscito in Italia il suo nuovo libro “La Vita Bugiarda degli adulti”, sempre edito, come tutti i libri ferrantiani dall’esordio, dalla casa editrice romana E/O. Da qualche settimana è in vendita anche in tutto il mondo; nella top10 dei libri più venduti in paesi quali Germania, Francia, USA. 

Nella sua nuova fatica Ferrante ci racconta uno spaccato di società che, come nel suo stile, si richiama alle peculiarità del contesto napoletano. La protagonista è Giovanna, all’inizio del romanzo ha 12 anni e alla fine del racconto ne avrà circa 16. Tutto parte da un confronto acceso tra i genitori della ragazza, una porta socchiusa e ciò che lei non avrebbe voluto sentire: una considerazione aspra del padre su come la figlia sia brutta, stia diventando come l’odiata sorella Vittoria. Si squarciano tutte le certezze vacue costruite da questa ragazzina. Lei, cresciuta da genitori ambedue professori liceali, in un contesto piccolo borghese, in un’educazione fatta di routine e buoni risultati scolastici, si sente spaesata.

Vuole conoscere questa zia che il padre tanto odia. Vuole capire quanto sia brutta, quanto lei stia crescendo, quante cose possano unirle o preferibilmente differenziarle. Il desiderio dell’incontro con Vittoria è solo una parte dello sviluppo adolescenziale e psicofisico di questa ragazza. Si affacciano gli interrogativi sulla sua estetica, il senso di ribellione, la sessualità, le compagnie. Tutto questo groviglio o, come direbbe Ferrante, questo “garbuglio”, viene sorretto dallo strumento della bugia. La bugia, quel mezzo che ha creato apparenze e miti in un clima artefatto. Un mezzo con cui un figlio viene reso succube e allo stesso tempo complice delle sovrastrutture costruite dal genitore. Rispetto a “L’Amica Geniale”, nella protagonista e narratrice non c’è un senso di sofferta accettazione ma di volontà di ribaltare la propria condizione menzognera concepita dai genitori e dal suo ambiente. Cercando più in là dei suoi confini, scoprendo ad esempio la forte contrapposizione tra la Napoli borghese (espressa dal padre) e la Napoli popolana (dalla zia).

Ferrante continua quindi questo viaggio con il lettore: portarlo in un labirinto crudo, inaccessibile o scosceso più in generale. Un luogo ideale dove proietta non tanto il proibito ma ciò che è accessibile ma rendiamo proibito. Tutto questo senza edulcorazioni o metafore ma in modo diretto e spietato, creando un senso di rifiuto misto a desiderio forte di lettura del suo racconto. Ferrante sembra un fantasma, non c’è, non si fa vedere. Ogni volta decide quasi di giocare: presentarci una precarietà e lasciare la riflessione al lettore, senza repliche. Le parole sono giudici, le uniche che sanno esprimere davvero chi è Elena Ferrante.

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