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“Hanno tutti ragione”, il romanzo d’esordio di Paolo Sorrentino

Il successo comporta fragilità: il rapporto tra potere e solitudine nel primo romanzo del regista de “E’ stata la mano di Dio”

Qualche giorno fa ho rivisto “E’ stata la mano di Dio”, il film del regista napoletano Paolo Sorrentino, vicino alla candidatura agli Oscar. I film di questo maestro del cinema italiano hanno tutti un filo comune cioè l’analisi quasi ossessiva di due elementi: potere e solitudine. L’ultimo suo capolavoro è assolutamente da vedere ma qui consiglieremo il suo romanzo d’esordio. Sì, Sorrentino si è cimentato nella scrittura, correva l’anno 2010. Hanno tutti ragione (Feltrinelli, 320 pp., 16 euro) è un’abile trasposizione del verbo cinematografico in carta, con protagonista Tony Pagoda, cantante melodico napoletano di successo.

Pagoda è uno di quei napoletani che è riuscito ad uscire dalle periferie partenopee da dove è partito e ha calcato grandi palcoscenici. Apprezzato, osannato e voluto sino negli Stati Uniti. La musica è il suo strumento d’emancipazione, è il modo con cui esercitare un potere. Una vita che pian piano si fa di eccessi, perversioni e superficialità. Il potere del successo è quello che conta. Dopo un episodio particolare, decide di tornare a Napoli. Tornare nella terra natia gli fa capire che c’è qualcosa che non va, le sue ambizioni sono fragilissime e lui ne è il totale costruttore e allo stesso tempo distruttore. Dopo un tour in Brasile, si ferma lì perché pensa che quel luogo possa aiutarlo a ritrovare Tony. Passano 18 anni e una famiglia partenopea, ammiratrice spassionata, lo cerca. Gli propongono una cifra astronomica per esibirsi. Pagoda deve scegliere, capire, approfondire che evoluzioni ci sono state in tutti questi anni.

Il romanzo ebbe recensioni positive ed apprezzamenti generali per la capacità dello scrittore-regista di inquadrare alla perfezione i tratti psicologici del suo personaggio. C’è quindi la componente fondamentale del potere, effimero quanto desiderato. E la solitudine? Il potere comporta una solitudine, quella di non capire mai se chi ti sta accanto sia lì per compiacerti o per vera stima. Ci sono tutti gli ingredienti per una storia che studia un prototipo perfetto di umano che, nonostante l’aver tutto, capisce che è incompleto. Che, alla fine, la fama (che sia quello di un cantante, di un sindaco, di un Nobel, di un attore di successo, di un prete o di un presidente della Repubblica) è solo un palliativo. Un antidolorifico.

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