Uno degli attori del gruppo cabarettistico palermitano i Quattro Gusti, interpretando il personaggio di Gesù Cristo, esordisce sempre con una battuta: “A virità è ca un c’è cchiù rispettu!”. Il rispetto, questo illustre sconosciuto!
I miei genitori, e anche i miei nonni con cui ho avuto la fortuna di crescere, mi hanno sempre inculcato questo valore: il rispetto per le persone anziane, il rispetto per il prossimo, il rispetto per le cose, per la Natura. Ma anche il rispetto delle regole. Che vuol dire, soprattutto, convivenza civile.
Recentemente, dalle colonne di questo giornale, sono stati pubblicati alcuni articoli che hanno provocato indignazione tra i lettori e sui social ma che, dopo qualche giorno, sono scivolati come gocce su una superficie impermeabile tra la comunità monrealese. Mi riferisco all’episodio di bullismo, ripreso anche da un video (com’è ormai abitudine consolidata) da mostrare al popolo della rete come trofeo di caccia, nei confronti di un anziano; alla “lotta”, a colpi di sacchetti di spazzatura, tra due ragazzini nel corso Pietro Novelli e all’ennesimo, increscioso, ingorgo provocato da una vettura lasciata in doppia fila.
Questi tre episodi sono soltanto la punta dell’iceberg di tanti altri a cui, quotidianamente, assistiamo nella nostra città e che spesso passano sott’ordine: bande di ragazzini che scorrazzano impunemente per le strade, anche controsenso, con i motorini elettrici o biciclette, mettendo a repentaglio l’incolumità dei passanti; vandalismi di arredi urbani; deposito selvaggio di materiale ingombrante per le strade; abbandono di rifiuti con creazione di discariche abusive e potrei continuare.
Probabilmente tredici secoli di varie dominazioni nell’Isola hanno contaminato, in maniera irreversibile, il nostro patrimonio genetico, rendendoci sempre più restii al rispetto delle regole e dei modelli di comportamento che la storia della cultura tramanda di generazione in generazione attraverso l’educazione e l’istruzione dei giovani.
Siamo stati la culla della civiltà, il cuore della Magna Grecia. Oggi episodi di maleducazione, inciviltà, inosservanza delle regole sono la quotidiana cadenza del vivere sociale.
Recentemente sono stato in Veneto e Friuli. Il divario socio-culturale tra noi e loro si è ulteriormente allargato: è diventato incommensurabile. Nei servizi, nell’istruzione, nella sanità, nei trasporti e via così. Loro erano i barbari, gli invasori, i distruttori, i rozzi analfabeti, mentre noi eravamo i cultori del bello, della scienza, dell’educazione, dell’arte. Ora le parti si sono invertite, soprattutto in termini di rispetto delle regole, di convivenza civile, di rispetto per sé e per gli altri.
Qualcuno obietterà: ma vuoi mettere il ricco e benestante Nordest d’Italia col profondo e disagiato Sud!
Ci sarà pur un motivo per cui, nella speciale classifica stilata dal quotidiano finanziario Il sole 24 ore sulla qualità della vita, Trieste risulta al primo posto mentre Palermo è al 95°! Questo disagiato Sud è il posto in cui viviamo, dove cresciamo i nostri figli, dove curiamo i nostri affari e interessi. “Perché questa è la terra che abitiamo e continueremo ad abitare: prenderne cura è necessario (Carlo Donolo, Commiato, 1999)”.
È anche per colpa nostra che il Sud è diventato quello che è: se continuiamo a voltarci dall’altra parte quando il nostro vicino vìola le regole del vivere civile, quando posteggia l’auto in doppia fila, quando abbandona i sacchetti della spazzatura per strada, quando strombazza col motorino per strada, quando vandalizza i beni pubblici, quando non espleta il proprio dovere in un incarico pubblico, quando vìola i diritti dei deboli, quando vuole far lavorare in nero un operaio, quando non vuole emettere una ricevuta o uno scontrino, quando si appropria di spazi collettivi per uso privato, ecco che allora avremo contribuito, col nostro infilare la testa nella sabbia, alla retrocessione civile della nostra terra, della comunità in cui viviamo.
Purtroppo anche le Istituzioni locali, che hanno il compito di vigilare sul rispetto delle regole, spesso non riescono, a causa delle croniche mancanze di persone e di mezzi, o nel peggiore dei casi, dell’ignavia di chi è tenuto a sovrintendere, ad adoperarsi nella verifica sull’osservanza di queste regole. Come dice Pier Carlo Palermo “…la dimensione pubblica rischia di ridursi all’appello opportunistico e subalterno al ruolo assistenziale dello Stato e della politica”. Da tempo si assiste alla progressiva affermazione di una cultura individualista e all’indebolimento delle relazioni di solidarietà a tutti i livelli, da quello della famiglia a quello della società nel suo complesso. Perché, allora, nonostante la presenza di meccanismi che tendono a garantire la conformità, in molti casi si registrano comportamenti non conformi? L’assenza e/o la carenza di controlli da parte delle autorità preposte genera un circolo vizioso: l’incremento esponenziale dei disservizi fa sì che la gente sia invogliata a contravvenire più facilmente alle regole imposte dalla convivenza civile, generando caos e comportamenti devianti.
A detta dei maggiori sociologi del Novecento (Durkheim, Smelser, Parsons) un atto per essere considerato deviante deve essere riferito al contesto socio-culturale in cui ha luogo. Il comportamento considerato deviante in un luogo può essere, invece, accettato e considerato positivamente in un altro. Pertanto, nel nostro profondo Sud, tutte le “trasgressioni” che elencavo sopra sono considerate, quanto meno da alcuni gruppi sociali, come comportamenti del tutto normali e l’eventuale sanzione è vista come una forma di “persecuzione” da parte dell’autorità preposta. Se manca il ricorso alla sanzione, o viene applicata a macchia di leopardo, ecco che i comportamenti devianti prendono il sopravvento sulle norme che la comunità si è data. Una prova provata è il comportamento che assumono, confacendosi e uniformandosi alle regole degli “indigeni”, coloro i quali, per vari motivi, si trasferiscono dal Sud al Nord.
Esiste, infine, un antidoto a tutto questo? Credo che l’antidoto migliore risieda in noi stessi, nella nostra capacità di far emergere i comportamenti rispettosi delle regole che la comunità si è data e nel cercare, quanto più possibile, di abbattere il codice subculturale omertoso di girarci la testa dall’altra parte o evitare di segnalare comportamenti devianti, anche banali, che possano mettere a rischio le norme conviviali. In poche parole la mancanza di coesione sociale.
È una “abilità” che una società rigenera continuamente, è un mezzo per realizzare comunità meno vulnerabili, maggiormente in grado di rispondere alle domande dei propri membri e di prevenire e contrastare ogni forma di esclusione e disuguaglianza nell’accesso e nella fruizione dei servizi essenziali.
Sostenere la coesione sociale significa infatti valorizzare le relazioni tra i membri della società e promuovere l’assunzione collettiva di responsabilità, percependo i problemi come comuni e non circoscritti a singole persone o gruppi.
È chiaro che l’intervento pubblico è imprescindibile. Scrive infatti Tommaso Vitale, professore associato di Sociologia presso l’Università statale di Milano: “senza voler ridurre l’importanza del ruolo che giocano le organizzazioni della società civile, la qualità dell’interlocutore istituzionale fa tuttavia la differenza…riducendo il rischio di rivendicazioni particolaristiche, che si cumulano in maniera disordinata con esiti di frammentazione pericolosi.”
Alcuni Enti locali hanno inserito la coesione sociale tra le deleghe di un assessore, associandola in modi vari ad altre competenze. Ad esempio, i Comuni di Milano, Pavia e Napoli hanno attualmente assessorati alla “coesione sociale e sicurezza”; Perugia aggiunge alla delega la “qualità della vita” e Reggio Emilia propone “coesione e sicurezza sociale”, mentre la Provincia di Mantova associa la coesione sociale alle pari opportunità e quella di Bari alla pubblica istruzione. Infine il Comune di Cosenza ha un assessore alla “solidarietà e coesione sociale”.
Quali pertanto le soluzioni al problema? Sostenere processi progettuali, culturali e strategici mirati a creare coesione sociale; favorire la riqualificazione e la sostenibilità ambientale. Un intero quartiere di case popolari, un edificio chiuso da anni nel centro della città, strutture sportive in disuso: tutti esempi di luoghi che, riqualificati, ospiteranno persone e idee. Luoghi in cui nascono relazioni umane, che danno a quei luoghi obiettivi altri, consentendo alle comunità di riconoscersi intorno a valori condivisi.
Tra favole e mistificazioni, semplificazioni e auto-inganni, grande è il bisogno di verità pubblica, alla quale ogni attore può contribuire, con umiltà e secondo responsabilità, svelando al potere e alla collettività la sua verità. Per citare ancora una volta il sociologo Carlo Donolo: “…l’individuo si costituisce socialmente, tramite interazioni, ma (prima ancora) grazie a norme e cognizioni condivise, e alla possibilità di fruire di beni collettivi, ereditati o creati o rigenerati dal processo stesso di sviluppo, grazie alle cure della funzione pubblica e della mobilitazione sociale”.
In ultima analisi è necessario imparare a governare non solo tramite l’emanazione di atti normativi, ma soprattutto grazie alle capacità di indurre attori autonomi e responsabili a compiere scelte collettivamente propizie.