Chi non ha mai avuto il piccolissimo desiderio di capire cosa stesse facendo il vicino di casa? Sentire mentre urla, parla, canta, alza il volume della tv, ascolta un disco, discute con la moglie o marito, trapana muri, batte un chiodo sulla parete. Lì entra in gioco la nostra curiosità che si trasforma poi in curtigghiu (o pettegolezzo se preferite). A volte entra in gioco una sorta di competizione in cui si vuole dimostrare all’altro che, come il vicino, si vive una vita movimentata e piena. Il romanzo in questione Vicine di casa (Piemme, 416 pp., 18.90 euro) della scrittrice britannica Caroline Corcoran si concentra sullo scontro-confronto tra due donne divise da una sottile parete.
Londra. Da una parte della parete c’è Lexie, lavora freelance. All’apparenza è la classica persona stakanovista, concentrata sul lavoro. Si ritaglia piccoli spazi per sé. Ma non li usa per invitare amiche o conquistare la sua libertà in un locale, magari bevendoci sopra. Il suo tempo libero serve a capire se la sua fertilità non sarà mai un problema per diventare mamma. Più passa il tempo, più affronta il problema, maggiore è la sua tristezza nel non sapere risolvere una vita piena di dubbi. Non basta l’amore di Tom a renderla più consapevole delle pochissime certezze. Beata la mia vicina, dice Lexie. Dall’altra parte della parete c’è Harriet che è un’anima gioiosa: invita un sacco di amici, via vai continuo quel suo appartamento. C’è gente sempre e comunque, la socialità la conosce come le sue tasche. Tutta apparenza però: lei si sente sola. Percepisce che quelle serate siano solo un suo piccolo espediente per non dirsi in faccia di essere infelice. Harriet dice della sua vicina: beata lei che ha l’amore, piccoli spazi di tranquillità sana. L’invidia dell’inconsapevolezza prende quota.
Un confronto fatto di poche informazioni dispensate da una sottile parete, una conoscenza fatta di rumori e voci. La vita privata dell’una diventa oggetto di invidia dell’altra e viceversa. Non sanno che entrambe sono più tormentate di quanto pensino. E chissà che questo romanzo non possa essere un buon strumento di riflessione: caro/a vicino/a di casa, pensa a cosa ci sia dall’altra parte. Se pensi che c’è dell’infelicità, sii buono/a e non esibire la tua gioia con superficiale vanto. O se sei infelice, non far sentire in colpa l’altro/a che invece è contento/a. Un po’ di sana comprensione e senso di comunità non sono mai così sbagliate, sono da coltivare. A meno che non conosciate dei casi umani, quella è un’altra storia.