Il libro: “Una terra promessa”, i ricordi di un presidente amato

Le memorie di Obama sono spunti politici, sociali e culturali

Chi vi scrive sarà più che chiaro. Se amate la politica, la sociologia, le spiegazioni su cosa è accaduto recentemente in America allora questo libro è quello giusto. Se avete una simpatia politica e/o umana per Barack Obama, tanto meglio. Una terra promessa (Garzanti, 848 pp., 28 euro) è un libro denso: come dimensioni, contenuti, sensibilità. Ci sono all’interno i ricordi di un’era presidenziale importante per gli Stati Uniti e per il mondo. Durante i suoi due mandati ci sono stati nell’ordine: crisi economica, crisi geopolitiche in Africa e Medioriente e anche due papi per non farsi mancare nulla.

Se nella prima autobiografia che pubblicò (“I sogni di mio padre”) parlava di un ragazzotto afroamericano alla ricerca di salvezza e speranza nella sua Chicago, qui Obama racconta di cosa accade dopo ad un senatore dell’Illinois che vince le presidenziali. Diventa il primo presidente nero e la missione è durissima; deve rimettere in sesto l’economia di un paese, i dossier internazionali, lo scoramento sociale. La sua intima speranza è che l’elezione rappresenti uno stimolo ad una minore divisione tra urbans e periferie. C’è il ritratto di un presidente che all’apparenza mostra una notevole sicurezza: quella del fare, del “prima o poi risolviamo”. Ma l’America è la complessità fatta nazione. Qualcuno direbbe che la coperta è corta: salva il paese dalla crisi ma non riesce a guarire dal malcontento la classe operaia (quella che poi voterà in massa Trump). Nel mezzo la cattura di Bin Laden, il contestato premio Nobel per la pace, i rapporti con Russia e Cina, l’immagine pop curata e ben studiata che lo rende immortale tra le mortalità politiche (nonostante rivendichi le sue debolezze e parli di come quest’esperienza abbia inciso nei rapporti con moglie e figlie).

Gli estimatori spendono lodi infinite per questo libro poiché delinea perfettamente i tratti somatici di un paese democratico, multietnico, attento ai diritti. I detrattori lo definiscono l’ennesima cosa poco riuscita di un presidente sopravvalutato, un’opera che racconta solo un pezzo di America (qui in Italia qualcuno definirebbe “elìte”). Oggettivamente non si può non affermare che le memorie di Obama sono spunti politici, sociali e culturali su una nazione in evoluzione. Tanto ha scelto di raccontare e tanto sicuramente non avrà scritto ma, come detto all’inizio, leggere questo libro significa dare fisionomia a otto anni di presidenza di una delle personalità ancora più stimate al mondo, nonostante non sia più alla Casa Bianca e spenda il suo tempo tra un podcast con Bruce Springsteen e conferenze nel mondo. Come si fa a non dimenticare quel coro del 2008, quel “yes, we can”? 

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