L’uomo che cade: nel dramma dell’undici settembre 

Don DeLillo racconta di emozioni e sconcerto di una giornata storica

Otto giorni fa è stato l’anniversario dei vent’anni dall’attentato alle Torri Gemelle di Manhattan e al Pentagono. In quell’occasione i terroristi di Al Qaeda fecero dirottare quattro aerei di linea statunitensi: due colpirono le Torri facendole crollare e causando 2996 vittime, un altro precipitò verso il Pentagono e un altro presso un campo vuoto della Pennsylvania anche grazie all’intervento eroico dei passeggeri (l’obiettivo forse era la Casa Bianca, nessuno si salvò). L’America si scoprì ferita, il sangue grondava in modo copioso dalle viscere dell’orgoglio statunitense. Ci vollero anni prima di trattare, sotto forma di romanzo, un tema così delicato. 

Solo un grande scrittore come Don DeLillo, un decano del romanzo americano, poteva riuscire nell’impresa. L’uomo che cade (Einaudi, 260 pp., 17.50 euro) è il grande racconto americano su quel giorno di straordinaria follia e impotenza. Pubblicato a sei anni di distanza dai fatti, si concentra sul piano psicologico ed umano di chi fu protagonista di quel giorno. C’è un uomo, Keith Neudecker, che riesce con sofferente tempismo ad uscire da una delle due torri. Un teatro di sangue, lacrime, cenere, polvere. Non si capisce nulla, è tutto così spiazzante, un film ma non lo è. La prima cosa che decide di fare è tornare nella casa che aveva abbandonato tempo prima, cercare sua moglie e il figlio. E il silenzio diviene protagonista, nessuno ha il coraggio di dire ciò che è realmente accaduto. DeLillo non si limita ad analizzare il ruolo della vittima: affronta anche il punto di vista di Hammad, uno dei carnefici. La certosina e sanguinaria strategia che ha fruttato vittime e vendetta. Vite da vittima e da assassino che prendono tutto, che disarma qualsiasi dibattito, ipotesi, il decisionismo americano ne rimane azzoppato e scioccato.

L’uomo che cade che è questa figura mitologica di un tizio appeso per torri e grattacieli, sospeso in attesa di cadere, inventata dai bambini del romanzo per trovare una via per capire. DeLillo usa questo personaggio per illustrare il lato umano con uno stile molto asciutto. In questo splendido romanzo non c’è spazio per pietismi o compassione, si raccontano emozioni e sconcerto. La ferita apparentemente non sanguina più ma è una cicatrice ben visibile che ha cambiato l’Occidente: sono mutati i nostri viaggi in aereo, la nostra percezione di sicurezza, la nostra visione geopolitica. In quel 2001 l’osservata speciale divenne l’Afghanistan, dopo vent’anni siamo di nuovo qui. Sempre impotenti, con sfumature diverse, ma sempre alla ricerca di risposte a domande difficili.

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