La pandemia e l’eredità spirituale di mons. Cataldo Naro

Il tempo di lockdown un’ennesima opportunità per non mollare nell’impresa di dare un futuro alle parrocchie della diocesi

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 L’anno della pandemia è stato un difficile banco di prova, anche per la Chiesa italiana. Alcune criticità latenti da anni, come lo scollamento con la società reale, la distanza tra fedeli e pastori, l’irrilevanza nel pensiero socio-politico sono emerse con decisione e hanno rafforzato un senso di smarrimento. 

 Volendo interpretare questo segno dei tempi e utilizzarlo come spunto per un esame di coscienza, nei giorni addietro veniamo a conoscenza della costituzione dell’associazione “Essere Qui”. Un’associazione composta da una quindicina di donne e uomini d’azione e di pensiero, riuniti nella convinzione che la cultura cattolica abbia ancora molto da offrire allo sviluppo umano, civile ed economico del Paese e dell’Unione Europea, proponendosi di contribuire al rafforzamento della coscienza collettiva, alla diffusione di una cultura della promozione umana e ad una vitale partecipazione del mondo cattolico alla crescita sociale.  

 La pubblicazione del volume Il gregge smarrito. Chiesa e società nell’anno della pandemia (Rubettino editore), a riguardo, sembra intendersi proprio come un primo passo del cammino intrapreso da suddetta realtà. 

 In quegli stessi giorni, intenti a considerare l’eredità spirituale di mons. Cataldo Naro, attraverso la rilettura di alcuni suoi scritti, in occasione del suo anniversario di ordinazione sacerdotale, preso atto della suddetta costituzione, ci chiedevamo cosa Naro avesse fatto in tempo di pandemia e come fosse intervenuto. 

 Ovviamente non avremmo mai risposte a simili quesiti. Di sicuro, anche per lui il tempo di lockdown si sarebbe rivelato un tempo proficuo per intensificare la propria preghiera personale, per continuare a conoscere la peculiarità della propria diocesi di Monreale e per approfondire la propria ricerca personale. E, forse, come frutto di tale lavorio interiore, tanto spirituale quanto intellettuale, avrebbe abbozzato e consegnato ai suoi fedeli un’altra lettera pastorale. 

 Il tempo di pandemia, anzitutto, per Naro non poteva non essere che un’occasione ulteriore per invitare i suoi fedeli ad amare ancor di più la Chiesa di Monreale, sulla scia di quanto già scritto: “vorrei che questo amore crescesse e con esso ciascuno alimentasse il desiderio di appartenerle in maniera sempre più vera e, direi, anche più affettuosa e di contribuire alla sua costruzione in maniera sempre più gioiosa e convinta”. 

 Il tempo di lockdown, inoltre, non poteva non rivelarsi che un’ennesima opportunità per non mollare nell’impresa di dare un futuro alle parrocchie della diocesi. Questa volta, forse, non riecheggiando le parole di Montini, ma di Francesco. La metafora della barca usata dal Papa argentino sul sagrato di Piazza San Pietro non poteva certo tradursi in un invito a lasciar andare la barca, finché essa andava. 

 Il tempo di pandemia, come l’eredità di Naro, appaiono essere ancora occasioni per una riflessione personale e comunitaria. Riflessione da cui trarre sostegno per le sfide avvenire.

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