La religione della Grazia

41 anni fa moriva a Roma mons. Josemaría Escrivá, Fondatore dell’Opus Dei

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Il 26 giugno 1975 moriva a Roma mons. Josemaría Escrivá, Fondatore dell’Opus Dei. Come ha avuto modo di scrivere l’allora card. Joseph Ratzinger, tra le righe de L’Osservatore Romano del 6 ottobre 2002, in occasione della sua canonizzazione, colpisce anche a noi l’interpretazione che Escrivá dava al nome Opus Dei. Egli, infatti, sapeva di dover fondare qualcosa, ma era pur sempre consapevole che quel qualcosa non era opera sua, che egli non aveva inventato niente, che semplicemente il Signore si era servito di lui. Quella non era quindi la sua opera, ma l’Opus Dei. Egli era soltanto uno strumento con cui Dio avrebbe agito.

In Colloqui, in particolare, è lo stesso Escrivá a precisare: Come fu fondata? Senza alcun mezzo umano. Io avevo solo 26 anni, grazia di Dio e buon umore. L’Opera nacque piccola: non era altro che l’aspirazione di un giovane sacerdote che si sforzava di fare ciò che Dio gli chiedeva”.

Come ha osservato il card. Leo Scheffczyk, nel testo Die Gnade in der Spiritualität von Josemaría Escrivá, pur senza nominarla esplicitamente, l’onnipresenza della grazia nel pensiero del Fondatore dell’Opus Dei è espressa dal frequente uso del concetto “soprannaturale”. Nella prospettiva del dibattito teologico moderno, tuttavia, questo riferimento non appare molto raccomandabile; infatti, come ha avuto ancora modo di osservare il card. Scheffczyk, nel testo Die Heilsverwirklichung in der Gnade, il concetto del soprannaturale viene oggi considerato screditato, perché nella relazione fra natura e gratia favorisce un meccanicismo tendente a un “pensiero a due livelli”, e in questo modo favorirebbe un estrinsecismo nella dottrina sulla grazia in contraddizione con il modo organico di percepire l’unità fra natura e gratia. Ma l’utilizzazione del vocabolo, in sé, non autorizza a impugnarne il contenuto con il verdetto di estrinsecismo, perché l’espressione sta solo a indicare la sublimità e la superiorità della grazia di Dio su tutto il creato.

Escrivá, fa notare Scheffczyk, ha una profonda coscienza dell’unità di natura e gratia e, d’altra parte, con una cosciente intenzione teorica, dà una esatta descrizione di tale relazione. Il Fondatore dell’Opus Dei, in particolare, introduce tale relazione con una immagine espressiva, quando indica il soprannaturale come il contrario di una superficie bidimensionale, quasi una terza dimensione che fa parte dell’esistenza concreta di un essere umano. In Cammino, in particolare, è lo stesso Escrivá a precisare: “La gente ha una visione piatta, attaccata alla terra, a due dimensioni. Quando vivrai la vita soprannaturale otterrai da Dio la terza dimensione: l’altezza e, con essa, il rilievo, il peso e ilvolume”.

Secondo Scheffczyk, il punto di paragone teologicamente rilevante in questa immagine consiste nel fatto che tale dimensione non può essere concepita come una struttura aggiunta alla realtà esistente, mentre invece appartiene alla realtà; pur essendo intimamente legata a essa, la supera ampiamente in quanto a importanza e valore.

Mantenendo, dunque, le differenze essenziali tra natura e gratia, significativa appare essere la valutazione corretta del soprannaturale a partire dal modo in cui il Fondatore dell’Opus Dei concepisce il “naturale”. Infatti, se questi concepisse il naturale come qualcosa di puramente esteriore, esso perderebbe per l’uomo il significato essenziale, teleologico e determinante per ciò che riguarda la salvezza o la condanna. Escrivá, piuttosto, concepisce questa relazione come qualcosa di interiore e dinamico, che fa sì che l’uomo si orienta a ciò che della grazia è gratuito, sicché non è un’aggiunta esteriore all’essere uomo, ma il suo intimo complemento e la sua pienezza.

Portando alla luce il ricco patrimonio spirituale dovuto all’unione con il Dio della grazia, per Scheffczyk “Escrivá riesce non solo a vitalizzare il modo di annunciare la dottrina della grazia, ma anche la diffusione del Vangelo e di tutta la fede cristiana come un messaggio di gioia e come la religione della primigenia felicità spirituale. Mentre nell’era moderna la religione spesso viene ridotta all’aspetto pratico e il cristianesimo alla sua utilità sociale, Escrivá la presenta in tutta la sua magnificenza come una comunione redentiva con Dio che va oltre le dimensioni umane. La dottrina spirituale sulla grazia che Escrivá sviluppa è una proclamazione dello splendore del cristianesimo come religione della grazia”.

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