Le Leggi razziali e la deportazione degli ebrei romani

Le Leggi razziali fasciste del 1938 lacerano la vita degli ebrei. Dopo l'8 settembre i nazisti gettano le basi per la deportazione ad Auschwitz di più di mille ebrei romani

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L’emanazione delle Leggi razziali da parte del regime fascista e gli eventi legati all’occupazione nazista di Roma dopo l’8 settembre 1943, rappresentano un periodo molto buio della nostra storia nazionale. Infatti, le Leggi razziali del 1938 lacerano la vita sociale, economica e culturale degli ebrei e dopo l’entrata a Roma dei nazisti si gettano le basi per la deportazione ad Auschwitz di più di mille ebrei residenti nella capitale. 

A seguito delle Leggi razziali gli ebrei che ricoprivano cariche pubbliche furono licenziati, lo stesso trattamento fu riservato ai docenti ebrei le cui cattedre vennero occupate da altri docenti non ebrei, cosa che spiega in parte il silenzio di molti intellettuali a riguardo. Gli ebrei non potevano nemmeno frequentare i ristoranti o andare in spiaggia. 

Con il decreto del 17 novembre del 1938 era stata resa obbligatoria la denuncia della razza, ovvero una dichiarazione scritta che riportava le informazioni essenziali, tra cui l’indirizzo e il numero di componenti di ogni famiglia ebrea di Roma. Questi documenti saranno poi consegnati dalla polizia italiana fascista ai nazisti, affinché si potesse procedere ai grandi arresti del 16 ottobre 1943.

Per diffondere l’idea fascista della superiorità della razza italiana venne creata ad hoc la rivista “La difesa della razza”, diretta da Telesio Interlandi, uscita dall’agosto del 1938 al giugno 1943. Alcuni degli scopi del quindicinale erano di dimostrare, attraverso articoli pseudoscientifici, che: 

– i fascisti e gli antichi romani appartenevano alla stessa razza; 

– le Leggi razziali erano giustificate dalla natura; 

– l’ebreo era il nemico assoluto il cui obbiettivo oscuro era quello di boicottare la razza italiana. Le accuse mosse verso gli ebrei cadevano in contraddizione, ma questa contraddizione era necessaria per dimostrare il carattere doppio dell’ebreo.

Il perché non si sia mai fatto uno studio serio intorno alla rivista e ai suoi effetti divulgativi è dovuto forse al fatto che i numerosi accademici, diffusori di quelle idee, una volta reintegrati nei loro posti di lavoro, dopo la fine della guerra, non furono propensi a portare alla luce la loro connivenza con il regime mussoliniano. 

Ma questo era nulla in confronto a quello che sarebbe successo dopo l’8 settembre. Una delle prime di tutte le azioni vergognose poste in atto dai tedeschi è quella di saccheggiare le biblioteche della Comunità Ebraica e del Collegio Rabbinico. I nazisti caricano tutti i libri su due vagoni diretti in Germania con lo scopo di bruciarli. Questo perché i regimi totalitari temono la memoria e impongono il loro potere attraverso la sospensione della temporalità, ovvero l’eterno presente. Perché il nazismo si allea con l’oblio, perché la memoria, in quanto sede in cui si elabora il passato, è un rischio per ogni dittatura perché quest’ultima non può permettersi un confronto con la memoria, ne uscirebbe malconcia e ne provocherebbe la caduta. Perché come diceva Jedlowsky la memoria ha sempre una carica critica.

Ma prima del saccheggio dei libri vi è il famoso ricatto dell’oro. È Kappler, alias “boia di via Tasso”, a dare il via alla goldaktion. Alle 18:00 di domenica 26 settembre convoca Dante Almansi e Ugo Foà, rispettivamente i presidenti dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane e della Comunità israelitica di Roma, e comunica loro che se entro 36 ore non avessero consegnato cinquanta chili d’oro, duecento capifamiglia sarebbero stati deportati. Se li avessero versati, invece, assicura che nessuno di loro sarebbe stato toccato. Kappler disse che nel caso di difficoltà pratiche avrebbe messo a disposizione i propri uomini e mezzi e che poteva andar anche bene l’equivalente in sterline e dollari, ma non lire perché di quelle ne poteva stampare a volontà.

Gli ebrei tra mille difficoltà riuscirono comunque a consegnare l’oro in una quantità che eccedeva addirittura di 300 grammi. Succede quindi che i più, credendo che i tedeschi avrebbero mantenuto la parola, perché nonostante tutto erano considerati ancora un popolo serio, si tranquillizzarono e tornarono nelle loro case convinti che la questione fosse risolta. Roma era il cuore della Chiesa Cattolica, ed era impensabile che la deportazione potesse avvenire, perché sarebbe stata uno scandalo sotto gli occhi delle ambasciate e dei diplomatici di tutto il mondo. Molti, però, non si fidarono, lasciarono le proprie abitazioni e andarono a nascondersi.

Il 25 settembre Herbert Kappler ricevette l’ordine di preparare la deportazione direttamente da Heinrich Himmler, il Reichsführer delle SS. Il gerarca nazista in un primo momento cercò di evitarla o almeno di rinviarla, poiché riteneva che tutte le forze militari dovessero rimanere concentrate sul mantenimento del fronte e che una tale operazione avrebbe potuto inasprire ancor di più i rapporti tra i tedeschi e i romani correndo il rischio di dar vita ad un’insurrezione come quella di Napoli. Tuttavia la richiesta venne respinta. 

Quindi, i nazisti preparano la grande retata del 16 ottobre. Le operazioni cominciarono alle 5:30 e finirono alle 14. Gli uomini di Dannecker partirono dalla caserma Macao per dividersi nelle 26 zone in cui era stata suddivisa la capitale. Secondo Gabriele Rigano vengono arrestate più di mille persone, 252 delle quali rilasciate perché prese per sbaglio, e successivamente portate al Collegio militare, in via della Longara a due passi dal Vaticano dove furono ammassate nel cortile. Non c’era la possibilità nemmeno di usare le latrine. Due donne ebbero le doglie e partorirono. Un uomo morì d’infarto. Alcuni parenti giunsero per consegnare cibo e biglietti senza poter avere notizie dei loro cari. Dopo due giorni, il 18 ottobre, dalla Stazione Tiburtina partì un convoglio diretto ad Auschwitz con 1.022 ebrei di cui solo 16 (15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino) fecero ritorno a casa. Alcuni, come Amedeo Tagliacozzo, per avvisare la famiglia, lasciarono cadere un bigliettino dal treno in partenza.

Bisogna sottolineare che degli arrestati soltanto il 43% risultava residente dentro il ghetto e che gli elenchi degli indirizzi degli ebrei furono forniti dalle questure e prefetture e non sottratti in Comunità. Cosa che indusse molti a puntare il dito contro Ugo Foà, reo di non aver distrutto le liste degli indirizzi. Gli elenchi di cui si servirono i nazisti erano stati preparati fin dal 1938 quando con la Legge del 17 novembre il regime fascista rese obbligatoria per gli ebrei l’autodenuncia di appartenenza alla razza ebraica. I tedeschi non fecero altro che farseli consegnare dalla polizia italiana. 

Inoltre, è stato ampiamente dimostrato che gli arrestati non provenissero unicamente dai ceti meno abbienti poiché quasi la metà delle famiglie coinvolte nella retata era iscritta alle liste dei contribuenti. Infatti, furono arrestati anche personaggi del calibro dell’ammiraglio Capon, suocero di Enrico Fermi che per evitare la cattura mostrò, inutilmente, ai tedeschi le lettere che gli aveva mandato Mussolini. Prima dell’ottobre del ’43 in Vaticano erano giunte notizie sul trattamento riservato agli ebrei dell’est Europa. Nel settembre del 1942 Maglione, il segretario di stato della Santa Sede, ricevette la visita di un emissario di Roosevelt, che gli chiedeva se fosse informato sulla sorte degli ebrei polacchi. Un mese dopo, il cappellano don Pirro Scavizzi, di ritorno dal fronte russo, riferì di uccisioni di massa in Polonia e di esecuzioni indistinte di bambini, neonati e donne. I nazisti continuavano a catturare gli ebrei grazie alla figura del collaborazionista italiano, il quale, molto spesso, si presentava di sua iniziativa negli uffici di Kappler attirato dalla taglia di lire 5000 per ogni uomo ebreo che veniva denunciato e in seguito arrestato, (invece per ogni donna e per ogni bambino era rispettivamente di 3000 e 1500 lire). 

Dopo l’occupazione di Roma da parte dei nazisti, una delle più grandi preoccupazioni del Papa fu quella di fare in modo che i tedeschi continuassero a riconoscere la sua autorità. La rassicurazione arrivò da Weizsäcker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, secondo il quale Kesselring aveva disposto che sarebbero stati rispettati i confini del Vaticano. In seguito Weizsäcker venne convocato da Maglione, il quale gli chiese un intervento diretto per fermare gli arresti, altrimenti il Papa sarebbe stato costretto a dar vita a pubblica protesta. Weizsäcker rispose che era impossibile fermare le operazioni, poiché le direttive arrivavano da un “altissimo luogo” e che non voleva immaginare le conseguenze di un eventuale presa di posizione del Papa contro Hitler. Subito dopo l’ambasciatore scrisse a Berlino lieto di aver evitato, attraverso la sua diplomazia, una protesta ufficiale del Papa. Nel momento in cui vennero liberati i 252 arrestati per errore, in Vaticano si ebbe l’illusione che la loro via diplomatica stesse producendo gli effetti sperati. Quindi, si decise di non procedere ad una pubblica parola di disapprovazione contro l’operato dei tedeschi. Si scelse, però, di pubblicare su L’Osservatore Romano un trafiletto in corsivo in cui si sottolineava che la carità del Papa e della Chiesa non si sarebbe fermata neppure davanti alle richieste di aiuto da parte di individui di religione diversa. Ed era, chiaramente, un messaggio velato. Infatti, dopo il 16 ottobre i diversi conventi e collegi di Roma divennero luogo di rifugio per le numerose famiglie ebree che fuggivano dai tedeschi. Inoltre, tra i religiosi non mancò chi si impegnò in prima persona a favore della Resistenza come Padre Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo, entrambi uccisi dai nazisti. 

Nei giorni scorsi è circolata la notizia delle scuse di Emanuele Filiberto per la firma di Vittorio Emanuele III sulle Leggi razziali. L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha risposto che concedere il perdono in nome di tutti gli ebrei che furono discriminati è pressoché impossibile. Infatti, secondo la religione ebraica nemmeno Dio può concedere il perdono se chi percepisce la colpa prima non si è scusato dinnanzi alla persona offesa. La Comunità Ebraica di Roma ha dichiarato che “il silenzio su questi fatti dei discendenti dei Savoia, durato più di ottanta anni è un’ulteriore aggravante. I discendenti delle vittime non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese”.

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