LOT, l’America ferita, nel libro di Bryan Washington

In una serie di racconti un’analisi sulle diversità culturali nel conservatorismo USA

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Qualche giorno fa negli Stati Uniti c’è stata la ricorrenza del Giorno del Ringraziamento, momento fatidico per l’americano medio. Quell’ultimo giovedì di novembre rappresenta un modo per riconciliarsi dall’inquietudine di non sapersi riconoscere. Riconoscersi in quella cultura identitaria e patriottica che viene tanto osannata quanto giudicata da fuori. Un patriottismo che va a sbattere con alcune vicende sociali e politiche: le divisioni sorte e acuite nelle presidenziali Biden-Trump, l’orgoglio della working class, la visione multietnica che incrocia l’astio di un razzismo che sopravvive.

Un venticinquenne originario di Houston, Bryan Washington, lo scorso anno ha pubblicato Lot, una serie di racconti incentrata sulla questione delle diversità presenti in Texas, stato storicamente legato alle radici del conservatorismo, quelle repubblicane. Lot ha ricevuto consensi rilevanti negli States, tra le benedizioni spunta anche quella dell’ex presidente Barack Obama che l’ha inserito tra i suoi libri preferiti del 2019. Da qualche giorno Lot si trova anche nelle librerie italiane (edito da Racconti edizioni, tradotto da Emanuele Giammarco). 

La spina dorsale di Lot è un’analisi continua su quel melting-pot che caratterizza quasi ogni centimetro del suolo americano. Quel Texas in cui gli afroamericani cercano posizioni sociali, i Latinos vivono il sospetto che quel contesto li mangi e li sputi senza pietà, tutto che si aggroviglia tra passatempi vari. I personaggi esistono ma sono tenuti insieme solo da quella città, Houston, complice di un disordine ordinato nel quale si rincorrono obiettivi senza conoscere sentieri. L’etnia che muove la direzione di personaggi in preda ad un panico chiamato identità. C’è chi vive con resistenza il suo vivere diverso, non solo per via di quel colore della pelle ma anche sul profilo dell’orientamento sessuale. Una periferia che spazza via i suoi protagonisti come se fossero solo ornamento. Le ex prostitute che leggono Italo Calvino, famiglie disturbate da un complesso d’inferiorità, la violenza che sbrana qualsiasi barlume di stabilità. Arriva pure un uragano a scompaginare scenari irrealizzati ma Houston resiste e vive. Quella gioventù che vive con il sospetto che la macchia della discriminazione razziale prima o poi li sporchi.

Bryan Washington costruisce dei racconti che sintetizzano una grande questione, una delle più importanti di questo secolo e riguarda tutto il mondo occidentale: la divisione profonda tra centro e periferie. Quella divisione recentemente accentuata da episodi quali le violenze della polizia (vedi il caso George Floyd) o l’effetto economico della pandemia su queste realtà. Una pandemia che colpisce soprattutto le periferie, alla ricerca di un ignoto che conoscono fino in fondo ma fanno finta di non voler considerare. Periferie dove la conquista è chiudere gli occhi la sera e riaprirli la mattina sentendosi dei continui esploratori in mezzo ad una giungla fatta di disuguaglianze. Ecco l’America, il nostro Occidente ferito.

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