“Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi, un romanzo scorrevole nel quale si celebra il carpe diem di Orazio

Quattro storie diverse, quattro personaggi femminili diversi, legate da un unico elemento: il rimpianto

0

Se ognuno avesse la possibilità di rimediare ad un rimpianto, specie di quelli laceranti, sarebbe in grado di approfittare di questa opportunità? Su questa base si sviluppa il romanzo d’esordio del regista e sceneggiatore giapponese quarantanovenne Toshikazu Kawaguchi. Il titolo del romanzo è Finché il caffè è caldo, l’ambientazione è in una caffetteria.

L’autore giapponese parte da un contesto abbastanza surreale: esiste una caffetteria in cui è possibile entrare per poter affrontare e confrontarsi con un rimpianto, un gesto o un fatto denso di malinconia che il passato non è riuscito a cancellare. Si potrà bere un caffè e in quell’atto rivivere quel passato pieno di ripensamenti. C’è una sola condizione essenziale: non far raffreddare mai il caffè, altrimenti tutto sarà perduto.

Si tratta quindi di un’occasione rara: rivivere quell’istante preciso, il momento in cui si è fatto il gesto della discordia o detto la parola che ha creato uno squarcio con una persona che si ama. La trama si concentra in particolar modo su quattro persone: Fumiko, una ragazza che sente di aver avuto la colpa di non avere trattenuto con sé il ragazzo che amava tanto e adesso sente di essere mancante di una parte essenziale per il suo futuro; Hirai, che ha avuto un conflitto con la sorella e sente che non è stata sufficientemente aperta e sincera nel rapporto; Kei invece cerca una bussola interiore, che riesca a riunire tutte le forze necessarie per essere una buona madre, trovare orgoglio per sé stessa; Kotake che vive il rimorso di un rapporto non pienamente realizzato con il marito ed adesso sente di essersi smarrita nella sua malinconia. 

Quattro storie diverse, quattro personaggi femminili diversi, con formazioni differenti ma caratterizzate da un elemento che le unisce in modo indissolubile: il rimpianto. Trovare la propria anima di fronte alle increspature più incoscienti e recondite di ciò che è stato. La letteratura giapponese, specie negli ultimi anni, si è fortemente concentrata sull’aspetto interiore delle personalità umane, di quei tic che racchiudono parole nascoste o episodi inespressi del quotidiano. Oltretutto questi racconti sono stati confezionati sempre in contesti surreali, talvolta bucolici o onirici, dove l’umanità si perde, distrugge quei freni inibitori che bloccano qualsiasi nostra iniziativa, la nostra ricerca della verità.

Finché il caffè è caldo è un romanzo scorrevole, gradevole e di sane riflessioni. Un laboratorio che racchiude in una caffetteria quattro storie in cui si celebra il concetto che possiamo ricondurre ad Orazio: carpe diem, cogliere l’attimo, non lasciarsi sopraffare dai ripensamenti, dalle sovrastrutture che non fanno altro che costituire in seguito quei rimpianti. 

Collezionare momenti, prodursi in emozioni, scambi d’affetto o di confronti accesi, vivere e sopravvivere agli scenari imprevedibili della vita. Sbagliare, per non vivere poi quel destino delle quattro protagoniste del romanzo: la possibilità di un’occasione che vive ancora di quella paura di non essere sufficientemente pronti al destino. Ma nessuno è mai pronto, siamo solo dei collaudatori di frammenti di un vissuto, terribilmente imprevedibile. 

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.