Violenza e uso smodato dei social, mancanza di punti di riferimento, edonismo sfrenato

La conoscenza dell'altro ci arricchisce, il nostro mondo invece separa, chiude, allontana, mette barriere e limiti

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MONREALE – Per esaminare a fondo il fenomeno della violenza, se si volesse partire dai primi passi che l’uomo avrebbe mosso nella storia, senza trascurare le sostanziali differenze etnico-culturali nei vari luoghi della terra, non basterebbe sicuramente una riflessione su un giornale on line. Difficile circoscrivere in un breve articolo la complessità del fenomeno. Ad esempio l’argomento trattato avrebbe un taglio completamente differente se scandagliassimo il fenomeno attuale nei Paesi del medio Oriente, negli Stati Uniti o in alcuni Stati dell’Africa.  Ancora più difficile sarebbe districarsi nella disamina prendendo in considerazione le differenti teorie di sociologi e psicologi sulla violenza: Lombroso, Maslow Walker etc…

Tre abiti, reputo ormai di uso quotidiano, che se indossati male vanno a braccetto con la violenza: l’uso smodato dei social, la mancanza di punti di riferimento e l’edonismo sfrenato.

I social sono importanti, è fuori di questione, veicolano informazioni, messaggi, immagini, ci proiettano e ci catapultano nel mondo. Ma cosa proiettano? Immagini distorte, desideri, finti profili, le nostre paure, il non detto e il non fatto? Se offendiamo, se sproloquiamo scrivendo su Facebook, forse ci sembra meno grave perché siamo protetti da uno schermo che ci filtra la realtà. Le offese, la violenza rimangono tali, anche se veicolati da messaggi, se inviati con l’ausilio dei social, la violenza ha diverse forme ma nessuna è giustificabile.

I social ci proteggono da una contaminazione che prevede il rapporto empatico con l’altro. Più interagisci con gli esseri umani più ne scopri la diversità e meno hai paura di un’empatia con l’altro, col diverso. 

La violenza ci accomuna tutti, così come la rabbia, la frustrazione, ma ciò che ci diversifica è la loro gestione. Quante volte avrei tirato in aria sedia e tavolo contro chi mi ha danneggiato, ma l’educazione ricevuta mi ha permesso di canalizzare il flusso di energia negativa verso una pagina bianca nella quale tanti segni sbilenchi hanno liberato la mia anima oppressa. 

Ogni male sociale ha un unico colpevole che è la stessa società, superficiale nell’elargire contenuti, valori, punti fermi ma che impone a ognuno un target da raggiungere. 

Questo obiettivo non si raggiunge più con la perseveranza, l’abnegazione, un progetto, ma si ottiene con ogni mezzo più o meno dignitoso. Non riconosciamo più l’alterità, l’altro da noi è il nemico che ci può impedire il raggiungimento di un benessere momentaneo. Se voglio ottengo, e nessuno deve mettersi in mezzo, altrimenti uso pugni, calci, stolkerizzo, violento, stupro, falsifico, manometto. 

L’idea di suscitare la paura nell’altro rende onnipotenti, si viene sempre più indirizzati verso un edonismo spicciolo e la ricerca ossessiva del piacere. Il narcisismo adolescenziale è un riflesso che oramai si allunga anche nelle fasce degli adulti. Non si accetta la perdita, il no, il rifiuto. Si reagisce per non essere ritenuti dei perdenti. 

L’uomo contemporaneo si è costruito un micro cosmo con mura perimetrali dalle linee ambigue capaci di tutelare il pensiero unico, il pensiero comodo, intollerante. 

Sicuramente non abbiamo ricette con farine magiche per risolvere il problema ma se i bambini si ascoltassero, venissero amati, quella “vecchia” attenzione che i nonni ci riservano con le loro storie che ci davano radici, che ci insegnavano la tenacia, la fiducia, la fratellanza. Se gli adolescenti si facessero giocare insieme, se si facessero collaborare e non si lasciassero da soli con le loro paure per intere giornate, forse il fenomeno sarebbe in regressione. 

A Monreale tante associazioni si sono mostrate sensibili nei confronti dei minori e dei giovani seguendo l’esempio di Sarina Ingrassia. Ma non basta, mancano strutture ad hoc, mancano figure di riferimento, mancano associazioni di genitori che supportino le famiglie in difficoltà. Se la nostra chiesa inviasse per le strade i giovani seminaristi a fare Vangelo sul campo, si potrebbero proteggere dalla devianza le fasce più a rischio. Se venissero costruiti più centri giovanili, cinema, oratori saremmo tutti migliori, meno soli, meno egoisti, più solidali. 

La conoscenza dell’altro ci arricchisce e il nostro mondo invece separa, chiude, allontana, mette barriere e limiti. 

Concludo con un’immagine: Durante la guerra i soldati in trincea erano nemici, si sparava, si uccideva per ottenere la vittoria, ma se si rimaneva feriti uno accanto all’altro non c’erano più divisioni, i soldati si svestivano dalle divise e onoravano la sacralità della vita soccorrendo o piangendo il cadavere del nemico.

Se i nemici di “Willy” e di “Alex” avessero compreso che la vita è un comune campo di battaglia nel quale ognuno cerca di evitare tante mine nascoste, non avrebbero usato armi di distruzione. Aiutiamoci a trasformare il campo minato in una prato fiorito.

La giustizia non deve essere accomodante, la pena deve essere certa e commisurata al reato. Gli sconti di pena non educano, la giustizia deve rieducare il reo per restituirlo alla comunità come risorsa rinnovata.

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