76 anni fa l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema

Il 12 agosto 1944, nelle Alpi Apuane, persero la vita 560 persone a opera dei nazisti

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Oggi, 12 agosto ricorre il 76° anniversario dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema sulle Alpi Apuane a opera dei nazisti, in cui persero la vita 560 persone tra le quali molti bambini. Sant’Anna, a quel tempo, era un paesino difficile da raggiungere, se non attraverso sentieri stretti ed impervi. Questo spinse molti sfollati a cercarvi rifugio, convinti di poter sottrarsi alla guerra e alle atrocità dei nazisti. 

Nelle zone vicino alla Versilia i tedeschi dovettero vedersela contro numerose formazioni partigiane. Quindi, la strage si inquadra in un progetto di lotta alle bande partigiane che ostacolavano le operazioni militari dei nazisti, conseguenza ne furono le diverse stragi nel pisano, in Versilia per poi arrivare fino a Marzabotto, Grizzana e Monzuno.

I tedeschi giunsero a Sant’Anna di Stazzema alle 7 del mattino del 12 agosto 1944 da diverse direzioni: Monte Ornato, Capriglia-Capezzano, Foce di Compito e dalla Foce di Farnocchia. Il loro intento era di catturare il più alto numero possibile di partigiani. I nazisti dopo aver rastrellato località Argentiera nei pressi di Sant’Anna, portarono gli arrestati a Vaccareccia e li ammassarono dentro alcune stalle per ucciderli con raffiche di mitra. Non paghi bruciarono anche le abitazioni. Alla frazione Pero gli arrestati vennero condotti davanti alla chiesa e fucilati. Dopodiché i loro corpi vennero ammassati e bruciati. Una violenza i cui tratti indicibili dimostrano ancora una volta gli efferati crimini dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Terminata la guerra, il commissario di pubblica sicurezza Vito Majorca ricevette l’incarico dal prefetto di Lucca di indagare sui fatti. L’imprecisione degli elementi raccolti creò una sorta di incertezza che favorì l’insorgere di storie infondate e, a causa della ricerca spasmodica della verità, i colpevoli vennero ricercati contemporaneamente sia tra i partigiani che tra i fascisti del luogo. Grazie all’inchiesta portata avanti dalla Commissione crimini di Guerra della 5ª armata statunitense tra il 15 settembre 1944 e il 16 ottobre dello stesso anno, si accertò che la responsabilità della strage era da attribuire al II Bataillon, SS-Panzer-Grenadier-Regiment 35 della 16. SS-Panzer-Grenadier-Division. Il rapporto successivamente venne inviato alle autorità italiane, poiché era loro compito portare avanti le indagini. Così si arrivò a puntare il dito contro Walter Reder, comandante dell’SS-Panzer-Aufklärungs-Abteilung 16. Tuttavia, lo stesso Reder nel 1951 venne assolto dal Tribunale militare di Bologna per insufficienza di prove.

Una delle voci diffuse nel dopoguerra fu quella che addebitava la responsabilità della strage ai partigiani poiché quest’ultimi, a mezzo di un manifestino, invitarono gli abitanti di Sant’Anna a non lasciare le loro case, contrariamente all’ordine tedesco di sfollare. Tuttavia secondo lo studioso Paolo Pezzino, quel manifestino non poteva essere considerato la scintilla innescante l’eccidio, poiché gli abitanti di Sant’Anna lasciarono comunque le loro abitazioni, per farvi ritorno soltanto dopo che i nazisti li rassicurarono sul fatto che l’ordine non li riguardasse. Altre versioni chiamano in causa i fascisti. Infatti, secondo notizie recuperate da Majorca, le SS si sarebbero spinte fino a Sant’Anna di Stazzema solo per vendicare alcuni fascisti repubblicani uccisi dai partigiani sul monte Gabberi. Anche questa versione sembra improbabile, perché le SS di certo non si sarebbero attivate per vendicare i loro, seppur, alleati italiani. 

Il processo aperto il 20 aprile del 2004, presso il Tribunale militare di La Spezia e concluso con la sentenza del 22 giugno dell’anno seguente, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e alle fonti documentali delle inchieste precedenti, condannò in contumacia Bruss Werner (sergente SS in servizio presso la 5ª Compagnia), Concina Alfred (sergente SS in servizio presso la 7ª Compagnia), Göring Ludwig (caporalmaggiore SS in servizio presso la 6ª Compagnia), Gropler Karl (maresciallo SS in servizio presso la 8ª Compagnia), Rauch Georg (sottotenente, aiutante maggiore di battagliore, presso il Comando del II Battaglione Galler), Richter Horst (sergente SS della 5ª Compagnia), Schendel Heinrich (sottufficiale, sergente SS presso la 6ª Compagnia, II Battaglione Galler), Schönemberg Alfred (sottufficiale, sergente SS presso la 7ª Compagnia, II Battaglione Galler), Sommer Gerhard (sottufficiale, sergente SS presso la 7ª Compagnia, II Battaglione Galler) e Sonntag Heinrich (sottufficiale, sergente SS presso la 6ª Compagnia, II Battaglione Galler). La sentenza venne confermata nel novembre 2006 dalla Corte militare di Appello di Roma e dalla Corte di Cassazione. Spesso, i libri di storia sono carenti di questo tipo di avvenimenti, creando, così, una frattura tra le nuove leve e il passato che li riguarda in prima persona. Quindi, citando Hobsbawm, bisogna far di tutto per evitare la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti. Affinché si possa imparare dal passato.

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