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3° step #granidiSicilia: visita al ‘Campanaru’, il megalite di Monreale

MONREALE – Proseguiamo oggi con il terzo step del nostro percorso alla scoperta dei grani antichi siciliani: abbiamo finora parlato della diffusione geografica e delle varietà dei grani siciliani, approfondendo anche il discorso relativo alle proprietà e agli utilizzi di ogni specifica tipologia di grano.

Oggi cercheremo invece di investigare più da vicino una disciplina poco conosciuta ma che suscita un certo fascino: si tratta dell’archeoastronomia, una disciplina che combina archeologia e astronomia con l’obiettivo di scoprire la conoscenza che gli antichi abitanti del nostro pianeta avevano dei fenomeni celesti e gli strumenti di cui si servivano per comprendere tali fenomeni.

Eventi come la semina e la raccolta erano (e sono tutt’ora, in alcuni casi) strettamente legati alle stagioni e alla ciclicità dei periodi dell’anno. Nel suo passaggio da cacciatore-raccoglitore a coltivatore, l’essere umano ha dovuto imparare a riconoscere i periodi dell’anno adatti per la semina e la raccolta: si ipotizza che alcuni megaliti avessero proprio la funzione di dare indicazioni sui movimenti celesti e sul trascorrere del tempo, divenendo dei veri e propri calendari.

Alcuni megaliti sono stati trovati anche in Sicilia, e proprio per questo vogliamo occuparci di questo tema. Nel territorio di Monreale, per l’esattezza nei pressi di San Cipirello, è presente una roccia detta “pietra perciata” o “‘U campanaru”. Questo manufatto risale all’età del bronzo, e per avere maggiori informazioni a riguardo abbiamo intervistato il prof. Alberto Scuderi, esperto del settore.

“Dopo 20 anni di studio e di ricerche abbiamo finalmente capito di cosa si tratta: sono indicatori solstiziali, ne abbiamo scoperti oltre 40 in tutta la Sicilia. A cavallo tra il III e il II millennio a.C., il popolo campaniforme migra dalla penisola iberica e si sposta verso occidente; arriva a fondare l’attuale Stonehenge, poi si diffonde in Sardegna e infine in Sicilia. Questo popolo ha portato materiali e culti, compreso il megalitismo”.

“Nel ’97 fu individuata la pietra forata, ma non capivamo cosa significasse. Abbiamo poi scoperto che il pizzo Pietra Lunga è un menhir naturale, rappresentava un punto di riferimento per le riunioni: era un sito di culto e non abitativo, lo sappiamo grazie ai materiali pregiati rinvenuti. In un preciso momento dell’anno si svolgeva una riunione, come in un santuario. Attraverso i segni trovati sul Pizzo e grazie all’aiuto del prof. Porcaro, astrofisico tra i più importanti del mondo, siamo riusciti a capirne il funzionamento. A circa 8 km da monte Arcivocalotto abbiamo trovato una pietra forata che indicava il solstizio estivo. Ne abbiamo quindi una per il solstizio invernale e una per il solstizio estivo, l’intera area chiude il ciclo delle stagioni: una pietra indicava quando seminare, l’altra quando raccogliere”.

“Parlando con gli anziani e chiedendo loro cosa fossero queste pietre, la loro prima risposta era: ‘questa è la pietra dove nasce il sole, perché quando il sole entra dentro la pietra è il momento del raccolto’; possiamo quindi dire che l’uso della pietra non si è esaurito, ma continua ad oggi”.

“Anche l’altra pietra forata porta lo stesso nome, Campanaru. Tutti questi luoghi hanno questo toponimo. Insieme all’Istituto Nazionale di Astrofisica di Roma abbiamo condotto uno studio preliminare per vedere cosa scrivevano gli autori del VI secolo: anche allora gli uomini avevano bisogno di un punto di riferimento per la raccolta, e anzi guai a sbagliare il periodo della semina poiché questo poteva poi inficiare il raccolto. Alcune rocce erano semplicemente modellate sul posto, altre invece venivano costruire e trasportate. Il prof. Elio Antonelli, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Brera, in una intervista ha detto che la Sicilia, terra prettamente adibita alla semina, aveva bisogno di questi calendari e che effettivamente sarebbe molto strano non trovarne”.

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