Monreale, 29 ottobre 2017 – La professione di insegnante non è una professione qualsiasi, ma è, per certi versi, uno stile di vita, un’attitudine ben definita, pertanto essendo e rimanendo fondamentalmente una maestra, qualsiasi evento, situazione particolare o riflessione, tendo a ricondurli nell’ambiente che occupa gran parte delle mie giornate e della mia vita: la scuola. Negli, ormai lunghi, anni da insegnante, ho avuto modo di appurare come i bambini posseggano, solitamente, alcune certezze sulla vita e sui comportamenti corretti o scorretti da adottare e come queste vengano equamente ripartite nei due fondamentali “compartimenti stagni” del bene e del male.
Gran parte dei ragazzini, dopo le opportune sollecitazioni, spesso mostrano la netta propensione a separare, con precisione, ciò che è giusto da ciò che non lo è, una propensione che si manifesta anche attraverso la scelta dei colori: prediligono, infatti, prevalentemente quelli puri, marcati e utilizzano poche sfumature.
Tutte le passioni personali, ciò che amano o che li diverte, tutto “il positivo” percepito intorno, ha un posto privilegiato tra le cose considerate belle, perché “sentite” come piacevoli, particolarmente divertenti o emozionanti. Quindi può capitare che nel loro personale elenco di cose belle inseriscano indifferentemente il viaggio a Euro-Disney e Giovanni Falcone, il mare e Peppino Impastato, il calcio e tutti i ricordi belli vissuti a scuola, le esperienze labolatoriali più appassionanti, i racconti e i personaggi della storia, più o meno recente, contestualizzati attraverso le loro emozioni e i loro vissuti individuali: la lotta alla Mafia, l’emancipazione della donna, la Shoah.
Ma i bambini, si sa, sono più saggi e maturi di molti adulti, sicuramente più ricettivi e sensibili nei confronti di ciò che è bello, buono e giusto. I nostri piccoli sono restii, a meno che non abbiano ricevuto pessimi esempi sempre e comunque dai “grandi” di riferimento, a manipolare una condizione normale, umana, una ovvia constatazione, trasformandola in un insulto. Loro non direbbero mai, per iniziativa propria, sei uno sporco negro/gay/terrone/ ebreo, se non fossero indotti dal comportamento di certi adulti. Quando, infatti, iniziano ad essere provvisti degli strumenti adeguati per forgiare il loro pensiero critico, tramutandolo gradualmente in pensiero autonomo e divergente, sanno indignarsi e prendere le distanze da ciò che reputano scorretto, molto di più e meglio rispetto a tanti adulti.
Pochi giorni fa sono stati proprio alcuni di loro a commentare in classe, sinceramente dispiaciuti, un fatto grave che è successo, manco a dirlo, a ridosso degli spalti di uno stadio, un brutto evento che ha riguardato le due più importanti squadre romane (la Roma e la Lazio) e che ha mescolato, questa volta in maniera ambigua, due cose davvero belle e significative per tanti bambini: il calcio e Anna Frank, conosciutissima eroina, autrice e protagonista di uno dei loro libri preferiti, il celeberrimo Diario più volte letto e commentato in classe. Il disorientamento dei bambini nasce dalla profanazione di una Figura che invece, nel loro immaginario e nell’immaginario di tutte le persone perbene, ispira gratitudine e unanime rispetto. Ciò che per loro diventa incomprensibile é, soprattutto, la manipolazione del sorriso di Anna, del suo visino delicato e sereno da adolescente provata ma sempre speranzosa e ottimista, come turpe sinonimo di persona o, nella fattispecie, di atleta scadente, sfigato, incompetente etc. etc.
Anna con la maglietta giallorossa della squadra avversaria, Anna ridotta a pupazzo/icona dell’insulto, di quell’insulto che per molti, compresi alcuni inqualificabili tifosi laziali, rappresenta l’Everest degli insulti, l’ever green perennemente riesumato dall’imbecille di turno, un attributo pronunciato con il ghigno dispregiativo di chi non sa nulla di cosa abbia significato la parola “EBREO” per la storia, per la civiltà, per la dignità di ogni essere umano ingiustamente bistrattato, attaccato, vinto. Ecco perché diventa difficile e mortificante per un adulto che si prende cura dei futuri cittadini, provare a spiegare alcuni scellerati e incommentabili comportamenti di tanti attuali cittadini, adulti del nostro tempo.
Ragionare di un fatto simile con dei bambini rimane un’impresa complessa, perché non è affatto semplice discutere di quanto possa essere meschina l’ipocrisia umana, a loro ancora semi-sconosciuta, non é facile rispondere a certe domande, senza demolire il loro sport preferito, mito indiscusso di tutte le generazioni passate, presenti e future.
Ad esempio abbiamo, insieme, preso atto positivamente del fatto che il presidente di una squadra di calcio importante, com’è appunto la Lazio, abbia provveduto a compensare, in qualche modo, “lo sfregio” alla dignità di Anna Frank, recandosi giustamente in Sinagoga, dopo la deprecabile “alzata d’ingegno” di una parte, particolarmente ottusa e oltranzista, della sua tifoseria, per poi rimanere, a dir poco perplessi, nell’apprendere che il medesimo presidente ha liquidato, nell’intimità dei suoi discorsi privati, casualmente intercettati da terzi, questo importante atto simbolico “riparatore”, come una pagliacciata. Viene spontaneo, quindi, riflettere insieme, su quanto possa essere inutile, se non pericolosa, la perdita di significato e di valore relativa a qualsiasi buona intenzione, quando essa è solo apparente, quando diventa un’insulsa operazione di facciata. Ma soprattutto si discute, con stupore misto a legittima indignazione, sull’impunità di certi “tifosi” che settimana dopo settimana, partita dopo partita rinnovano il loro arsenale fatto di meschinità, istigazione all’odio razziale e xenofobo e violenza verbale, nella distratta constatazione, in odor d’indifferenza da parte di molte dirigenze, dei presidenti e degli stessi calciatori che non dovrebbero limitarsi solo a prendere le distanze e a condannare con fermezza i comportamenti più assurdi e incivili, perché tutto questo ormai non é più sufficiente, in quanto le dichiarazioni formali, più o meno dure, non hanno più alcun peso.
Le icone del calcio nazionale e mondiale, dovrebbero, invece, in relazione ad alcuni tifosi dal comportamento facinoroso e xenofobo, prendere posizioni drastiche, decisamente forti e fuori da logiche ambigue, modalità talmente incisive ed esemplari da far comprendere che il calcio, oltre alla sua immagine patinata, ha anche la forza di opporsi a una deriva che è ormai veramente troppo infima, oltre che sempre più di stampo delinquenziale.
C’è da dire, però, che la scuola accoglie ogni spunto, anche il più triste, dimostrando, spesso, la capacità di trasformarlo in qualcosa di formativo, una sorta di metamorfosi positiva, poetica ed empatica. La situazione veramente emozionante e significativa, infatti, generata a margine di un evento degradante e squallido, è stata, malgrado tutto, la possibilità di pervenire ad una reinterpretazione positiva e lieve di quell’immagine di Anna che indossa una magliettina da calcio, attribuendo ad essa la gioiosa freschezza e la spensieratezza che solo lo sport di squadra può donare, quello sport che in realtà lei non ha mai potuto sperimentare, rigurgito di una libertà che l’è sempre stata negata.
Per questo motivo abbiamo voluto immaginarla, con la sua maglietta giallorossa, correre sul tappeto verde di un campo da calcio, sudata e felice. Con la fantasia e il cuore l’abbiamo “vista” cadere nel tentativo di passare la palla al compagno ed essere aiutata ad alzarsi da un altro compagno della squadra avversaria. L’abbiamo “sentita esultare” per la vittoria, ed ancora l’abbiamo seguita col pensiero giungere nei pressi dell’altra sponda del campo per tendere la mano e dare una pacca sulla spalla agli amici sconfitti.
“Io non penso a tutta la miseria, ma a tutta la bellezza che ancora rimane”.
Anna Frank