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Ecco perché Lady Di non si dimentica

La favola triste di una donna carismatica che infranse le regole di Corte. Amata da tutti, una figura anche banale che divenne un'icona di stile

Monreale, 1 settembre 2017 – Una cospicua fetta di persone, nello specifico di adolescenti anni ottanta, (data la generazione a cui appartengo) ha subito, in misura più  o meno variabile, il fascino di Lady Di.
 
Io ad esempio, anche se ai tempi (solo per darmi un tono pseudo-alternativo-intellettuale) non lo avrei mai ammesso neppure se mi fossi trovata in una pozza di sabbie mobili circondata da belve feroci e sbavanti, in realtà nutrivo per “questa ragazza” una certa simpatia.
 
Quando esordì agli onori della cronaca mondiale e del conseguente gossip, mi colpì  subito quella sua espressione timida e mite, che rappresentava un po’ tutte noi, ragazzine normali del tempo. Mi sembrò umana, una ragazza come tante, tranquilla e un po’ frastornata per ciò che le stava accadendo: sposare Carlo, figlio di Queen Elizabeth, non proprio un adone e neppure “un vero principe azzurro da fiaba”, almeno non per i nostri standard, ma pur sempre un principe. Una ventenne come tante, con un nobile gentilizio, che accedeva alla Corte più rappresentativa del mondo.
 
Lady Di, da ragazza ordinaria, forse anche un po’ banale, si trasformò, ben presto in cigno, cioè in raffinata icona di stile,  ma la sua allure malinconica, la dignità di voler essere autenticamente una moglie e non solo un “regale accessorio ostentato” le fecero conquistare prima la simpatia, successivamente l’amore incondizionato del suo popolo, grazie a quel particolare carisma che riescono a manifestare solo le persone autenticamente vere, con espressioni vere, con sentimenti veri, quelle  persone che non nascondono nulla, neppure le fragilità, men che meno le angosce, le vicissitudini e i dolori della vita .
La “favola” le mostrò ben presto, oltre ai protocolli, una realtà triste: un marito distratto, legato sentimentalmente ad un’altra donna e una Corte imbalsamata, a cui lei non si adattò mai, infrangendo più di una regola.
 
Prima regola infranta: partorì i suoi figli in ospedale e se ne occupò personalmente. Seconda regola infranta: si fece portavoce, da vera protagonista, di diverse cause umanitarie, andò tra i malati di AIDS (si fece fotografare mentre stringeva la mano ad uno di loro), tra i bambini malati di lebbra, nei campi disseminati di mine anti-uomo.
 
Possedeva uno stile naturale e un carisma che attraeva perché induceva tutti, anche gli individui con un ego sofferente, con una vita complessa, con condizioni non idilliache, a immedesimarsi in Lei,  non nella sua vita dorata, non nei suoi privilegi da Altezza Reale, ma nella semplicità  del suo essere in qualche modo trasparente, autenticamente partecipe e per questo inevitabilmente empatica e accogliente.
 
La gente normale, la povera gente, i “poveri disgraziati”,  reietti di una società distratta la amavano, forse perché Lady Di sapeva offrire con naturalezza carezze, sorrisi e gesti d’affetto capaci di riaccendere flebili speranze, senza la necessità di servirsi di inutili giri di parole, gesti attraverso cui le persone reali, con problemi reali trovavano “un blando ma piacevole, a volte necessario sollievo” proprio in quel sorriso discreto, empatico, spesso timidamente accennato, ma sempre profondamente umano.
Ecco perché Lady Di non si dimentica.
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