Gli amici a 4 zampe producono “risorse”, ma ci vorrebbe il genio di Christo

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Appena la settimana scorsa scrivevo che trovare un pretesto per mettersi a scrivere non è difficile e lo confermo. Ma può succedere che le notizie stesse possano distogliere e imporre altre direzioni. Il tema che ha letteralmente “infiammato” i media locali, sin dall’inizio della settimana, mi ha indotto a correre in campagna per dare gli ultimi ritocchi al mio personale contributo, di entità molto modesta, alla prevenzione antincendio. Per effetto delle vibrazioni prodotte da decespugliatore, nei due giorni successivi, mi è stato impossibile centrare una sola lettera sulla tastiera e ho quindi rinviato. Ne ho approfittato per fare un salto in un altro appezzamento di mia proprietà, che circonda quello che ormai non può che essere definito un rudere; un terreno bruciato tante di quelle volte che, ormai, non riescono a crescerci neanche i rovi più volenterosi. Per fortuna avevo chiesto a un amico di accompagnarmi e, durante il tragitto, l’ho messo al corrente, a mo’ di sfogo, della mia opinione sul bene che a breve avremmo raggiunto: “Mi serve solo per pagarci le tasse, compresa quella sulle aree edificabili, pur se le norme mi impedirebbero persino di costruirci il canile per un chihuahua”. L’amico, saggiamente, ha elargito il giusto suggerimento: “Perché non te lo vendi? Per evitare che continuasse a sprecare fiato inutilmente, ho risposto tempestivamente: “Ci provo da trent’anni, ma non lo vogliono neanche i cani!”. Non l’avessi mai detto…! Appena entrati nel terreno, ancora ben distanti dal rudere, siamo stati pressoché assaliti da una decina di cani, di mole non trascurabile, il primo dei quali, più degli altri, mostrava di avere intenzioni non del tutto cordiali…! Non sembrava assolutamente disposto a prendere atto che chi gli stava di fronte era il legittimo proprietario dell’alloggio abusivamente occupato. Trattenuto per la cintura dei pantaloni dal mio amico, molto più esperto in relazioni diplomatiche con la razza canina, ho conquistato, molto lentamente, la certezza dell’incolumità all’interno della mia macchina. Il mio intrepido amico decideva invece di perlustrare il possedimento e, di ritorno, mi metteva al corrente della contemporanea presenza di qualche esemplare bovino. Concludeva che, probabilmente, le tasse che mi fanno pagare sono incongrue – “Con tutti quegli ospiti ti dovrebbero far pagare molto di più…!” – ha sostenuto, sbellicandosi dalle risate. Io, al pensiero che la prossima volta i cani che mi rincorreranno saranno almeno una trentina, seguiti da un’intera mandria di mucche, ho riso molto di meno e ho deciso che in quel posto, probabilmente, non ci metterò più piede.

Attimi di terrore da dimenticare, se non ci fosse anche dell’altro. Il pomeriggio di una decina di giorni prima, incoraggiato dalle splendide condizioni meteorologiche, non da solo, ho deciso di raggiungere in macchina la piazza di San Martino delle Scale, parcheggiare e godere dei benefici di una lunga passeggiata. Insieme agli altri, ho imboccato la strada che porta verso il camposanto, ma, giunti pressappoco a metà del tragitto, allertati da un coraggioso volontario, siamo stati costretti a invertire rapidamente la marcia. Eravamo stati informati della minacciosa presenza di due randagi, di mole robusta, decisamente ostinati nel voler consentire il transito soltanto agli umani in possesso dei necessari requisiti per dimorare nell’area, all’uopo attrezzata, posta all’altro estremo del percorso. Tornati in macchina, abbiamo raggiunto il Villaggio Montano e, parcheggiata l’automobile in un piazzale, da cui si gode un panorama decisamente suggestivo, abbiamo imboccato la trazzera che si inoltra verso Valle Corta. Ci abbiamo soltanto provato, perché, trascorsi appena una decina di minuti, siamo stati accolti da quattro esemplari di razza canina in vena di cordialità, per fortuna! La mancata disponibilità di qualche membro della spedizione a farsi abbracciare dall’esemplare più espansivo, prontamente elevatosi sulle zampe posteriori per poggiare gli altri due arti sulle spalle della persona che più gli aveva fatto simpatia, ha imposto all’intera compagnia di ritenere molto più salutare l’immediato rientro a casa.

Non è mia intenzione imbastire prediche sull’urgente necessità che siano avviate adeguate azioni al fine di arginare il fenomeno del randagismo, dilagante tanto nel centro abitato, quanto sul territorio. Sono perfettamente consapevole dell’esistenza di associazioni, alimentate dall’encomiabile volontarismo di pochi (non adeguatamente premiato), dedite al problema con grande sensibilità. Mi guarderei bene dall’invadere territori già presidiati da persone competenti e fortemente motivate. So anche che, come ogni anno, i media nazionali avvieranno, a breve, le consuete ed inascoltate campagne d’informazione, finalizzate ad impedire l’abbandono dei cani lungo le autostrade o in aperta campagna. Se non ci riescono loro, figuriamoci a cosa possa servire il mio modestissimo interessamento.

Superato lo stress da decespugliatore, per ricollegarmi a quanto ho annotato all’inizio, ho cominciato a scrivere quanto sin’ora si ha modo di leggere. Ed è a questo punto che Willy, il volpino che, insieme alla pressappoco pincher di nome Barty, dimora da qualche anno a casa mia, è venuto a bussarmi sul braccio per ricordarmi, come ogni giorno, che era giunta l’ora della passeggiata, quella delle 12,30. Ho raccolto la sollecitazione e, preceduto dal maschietto della coppia abilissimo nell’indicarmi i vari passaggi, ho messo insieme due fogli di giornale e un sacchetto di carta ancora odorante di panini all’uopo riciclato, ho applicato i guinzagli e imboccato rapidamente le rampe della scala. L’itinerario è sempre uguale: un tratto di via Regione Siciliana e poi lungo il marciapiedi di via Baronio Manfredi, nel tratto terminale, fino a raggiungere le “case popolari”. Un vero e proprio tappeto di escrementi canini, lasciati sul posto da proprietari incapaci di dotarsi di un kit a costo zero, uguale al mio! Un comportamento incivile che lascia tracce ovunque, innescando, com’è ovvio, le reazioni indignate di chi, non essendone responsabile e percorrendo i marciapiedi cittadini, è costretto a farne le spese!

C’è poco da girare attorno all’argomento, la soluzione è una soltanto: chi porta a spasso i cani deve rendersi conto che non può lasciare per strada il “prodotto” del proprio fidatissimo amico; deve raccoglierlo e depositarlo nel cassonetto più vicino, magari soltanto per fare in modo che, coloro i quali non sono trasportati dalla passione per gli animali, non siano indotti ad odiarli definitivamente. Così è necessario fare quando si vive in un luogo posto all’attenzione di tutto il mondo da parte dell’UNESCO. Altrimenti, chi è costretto a subire, può sperare soltanto nel colpo di genio di un artista come Christo, l’autore della recente ed attraente installazione sul lago d’Iseo. La nostra “passerella”, dovrebbe snodarsi per le vie cittadine in modo da consentire ai non proprietari di cani, o a essi stessi se già civilizzati, di passeggiare in tutta sicurezza sul “mare” di cacca che quotidianamente si espande.  Un evento sensazionale, che sicuramente incrementerebbe l’interesse per il nostro territorio da parte di migliaia di visitatori, e potrebbe avere anche un’ulteriore appendice di tipo artistico-commerciale alla Piero Manzoni, l’artista famoso anche per la “merda d’artista”: le deiezioni canine potrebbero essere inscatolate e proposte al mercato dell’arte con l’etichetta “Dog poop Doc – Monreale”.

 

Non è per nulla casuale la scelta dell’artista a cui è dedicata la nota di oggi, GIUSEPPE VIVIANI. Proprio i cani occupano un ruolo preminente tra i soggetti a lui particolarmente cari. Sono tre le opere che, nella collezione donata a Monreale da Eleonora Posabella, rappresentano l’artista: due piccole incisioni, (un’acquaforte e una vernice molle) che ne testimoniano la straordinaria efficacia nell’esprimersi con le tecniche calcografiche, e una litografia (erroneamente catalogata come acquerello nel volume edito dalla Galleria civica nel 2012) di cm 56×75, dal titolo “Cane”, appunto! Un segugio, dall’aspetto decisamente bonario e dallo sguardo triste, tantissime volte presente nelle opere dell’artista, appassionato di cani e di caccia, fino al punto di aver espresso la volontà, poi rispettata, che la sua doppietta preferita fosse sepolta con lui.

Giuseppe Viviani, vernice molle, cm 28x20
Giuseppe Viviani, vernice molle, cm 28×20
Giuseppe Viviani, acquaforte, cm 30x21
Giuseppe Viviani, acquaforte, cm 30×21

Prima di congedarmi e dare appuntamento a subito dopo il rientro dalle ferie, sento la necessità di ribadire, urlando, il mio personale appello: “NON ABBANDONATELI PER STRADA!!!”.  I cani, è ovvio, ma anche i loro escrementi…!

Giuseppe Viviani, “Segugio”, litografia, cm 56x75
Giuseppe Viviani, “Segugio”, litografia, cm 56×75

Giuseppe Viviani (San Giuliano Terme, 18 dicembre 1898 – Pisa, 16 gennaio 1965)

Soprattutto nell’incisione raggiunse risultati eccezionali, tra i maggiori del Novecento italiano (accanto a Giorgio Morandi e Luigi Bartolini), trasformando in originali immagini la sua personale visione del mondo, con una particolare predilezione per la vita del litorale pisano che ben conosceva. Visse infatti lungamente a Marina di Pisa, ed alla morte, seguendo le sue ultime volontà, le lastre originali delle sue opere furono gettate in mare al largo della piccola località costiera toscana. Viviani raggiunse la fama soltanto nel secondo dopoguerra: era il 1948 quando gli fu assegnata la cattedra di incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, cattedra che era già stata ricoperta da Giovanni Fattori. Iniziò così per Viviani un periodo di grandi successi, con la partecipazione a importanti mostre e concorsi internazionali di incisione, che lo videro più volte vincitore. Nel 1960 la città di Pisa gli dedicò una grande mostra che ripercorreva tutta la sua opera, e gratificò l’artista con la nomina a “cittadino benemerito”.

La vita di Viviani non fu facile: perse infatti il padre all’età di due anni e dovette trasferirsi insieme alla madre presso il nonno, un ortopedico che fabbricava arti finti, oggetti che devono essersi impressi nella memoria dell’artista bambino, tanto che poi li inserì in molte sue opere. Fino alla Seconda guerra mondiale svolse numerosi e diversi lavori, senza mai però abbandonare la sua attività artistica. Con la chiamata in cattedra a Firenze l’artista, ormai cinquantenne, ebbe finalmente il successo che meritava: le sue incisioni raggiunsero quotazioni altissime, dandogli quella tranquillità economica che gli permise di dedicarsi solo alla sua arte e alla sua seconda grande passione, la caccia: non a caso mute di segugi si trovano ritratte in molte sue opere, ed alla morte chiese ed ottenne di essere seppellito con la sua doppietta preferita. È sepolto nella chiesa di San Francesco a Pisa.

L’arte di Viviani è improntata ad una visione malinconica e decadente della vita, ed allo stesso tempo ad un grande amore per la vita stessa. Con un segno lineare ed essenziale ed una raffinata perizia tecnica, l’artista si è mosso tra un ingenuo immaginario popolaresco e la meditata ricerca di immagini della memoria, ricreando un mondo venato di profonda emotività e percorso da aperture metafisiche ricche di allusioni, suggestioni e significati. (Fonte Wikipedia)

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