La famiglia è sempre motivo di discussione. Dal punto di vista positivo, quando da essa provengono consigli su come affrontare questa o quella situazione. Oppure negativo, quando i consigli diventano pressioni o imposizioni con cui si costringe a scegliere strade che non si vogliono. Negli ultimi anni abbiamo cambiato molto la nostra percezione sulla famiglia: da mito assoluto ad universo di bugie. Su questa base si concentra il nuovo romanzo della scrittrice norvegese Vigdis Hjorth. Lontananza (Fazi, 374 pp., 18.50 euro) è uno spaccato di esasperazioni familiari portate avanti per molti anni.
C’è Johanna che dopo trent’anni torna in Norvegia. Appena arrivata però rompe quel divieto di contattare la sua famiglia d’origine. Proprio trent’anni prima, dopo un matrimonio e gli studi in Legge (su pressione del padre), decise di partire con il suo professore d’arte in direzione Utah. Lì cominciò a fare la pittrice. Adesso lei, come se non fosse successo nulla, torna. La famiglia l’ha disconosciuta come componente. Forse lei vuole chiudere i conti con il passato? Questo lo si scoprirà con la lettura del romanzo. L’incontro soprattutto con la madre è un grande circo delle emozioni contrastanti: i silenzi non si contano, ci sono state molte occasioni utilizzabili per parlarsi, per dirsi cosa si pensava davvero. Invece nulla. Come se non bastasse, il resto della famiglia non ha risparmiato critiche e scomuniche a quella pittrice considerata un demone della buona tenuta familiare.
Il sano gioco degli scambi d’opinione arriverà. Un romanzo che quindi si regge sulla soglia di comunicabilità piuttosto variabile: o ci si insulta o si finisce ad appoggiarsi al mutismo. D’altro canto è lo specchio di come oggi è considerata la famiglia (che sia italiana, norvegese, americana etc): non è un caso che, abbassandosi la soglia d’età, diminuisca l’interesse di farla. C’è il timore di rimanere imprigionati in catene di silenzi e bugie. Questo duello psicologico tra una donna e la sua famiglia d’origine ci racconta di come il silenzio sia l’ultima delle violenze che merita l’istituto familiare. Le famiglie sono cumuli di difetti, esagerazioni, mancanze o eccessi di attenzioni. Accettiamole o rifiutiamole. Ma l’importante diventa affrontarle, fuggire serve fino ad un certo punto.