Al professore Giuseppe Schirò la città di Monreale deve molte cose. Presbitero, archivista e storico, è lui che dobbiamo ringraziare per averci consegnato l’archivio storico diocesano per come lo conosciamo oggi. Nel 2011 l’amministrazione comunale di Monreale gli ha intitolato l’Archivio Storico Comunale. Eppure, la sua figura non è conosciuta ai più.
Amelia Crisantino, docente, storica e presidente della Pro Loco Monreale, è intervenuta al primo appuntamento di Settimana delle culture parlando proprio del prof. Giuseppe Schirò. Le abbiamo chiesto di parlarci della sua figura.
Perché è importante ricordare Giuseppe Schirò in occasione della settimana della cultura?
Trattando di archivi e biblioteche a Monreale, cioè di strumenti per conservare e tramandare la memoria, è giusto ricordare chi è stato così importante per la loro salvaguardia e, nel caso degli archivi, per la loro creazione. E sembra strano parlare della creazione di un archivio, perché quando esiste e funziona l’archivio sembra esserci da sempre; come se le carte si fossero ordinate spontaneamente nel corso degli anni. Ma l’archivio diocesano di Monreale (e diversi altri in giro per la Sicilia) hanno un’origine recente e sono opera di Giuseppe Schirò.
Come si avvicina Schirò alla passione per l’archivistica?
Per ricostruirne la figura ho chiesto l’aiuto di due persone che gli sono state vicine: Stefano Intravaia, che a lungo lo ha seguito, e Anna Manno, che ancora prosegue la sua opera presso l’archivio diocesano.
Schirò è monrealese, studia presso il seminario e nel 1951 viene ordinato presbitero. Si avvicina al mondo degli archivi quando nel 1954 comincia a collaborare con mons. Paolo Collura, docente del seminario ma anche paleografo e diplomatista. Anche Schirò sarà docente nel seminario, in seguito sarebbe diventato assistente diocesano dei giovani di Azione Cattolica e il primo parroco della Collegiata, quando nel 1963 la chiesa viene elevata a parrocchia. L’archivio della Collegiata coincide con l’inizio del suo lavoro di archivista: tutto comincia dal desiderio di trovare notizie sulla storia di Monreale. Dopo quello della Collegiata seguono gli archivi della chiesa della Madonna dell’orto, dei Cappuccini e della chiesetta di Sant’Antonino.
Come nasce l’archivio diocesano?
Siamo alla metà degli anni ’80 quando, per volere dell’arcivescovo Cassisa, il professore Schirò è incaricato dell’ordinamento, inventariazione e indicizzazione dell’archivio diocesano. Ne sarà direttore per oltre 12 anni, anche dopo il pensionamento. Lo aiutano dei ragazzi che lui stesso provvede a formare, che nel 1985 si riuniscono in cooperativa.
Iniziarono ad arrivare i primi contributi pubblici, dapprima provinciali e poi statali. Il primo fondo ad essere riordinato comprende le carte processuali, il fondo Mensa, poi i registri della corte e infine il fondo governo ordinario, per ogni fondo ordinato la Soprintendenza archivistica per la Sicilia rilascia la dichiarazione di notevole interesse storico. Dopo l’inventariazione bisogna dare una casa alle carte: l’arcivescovo Cassisa ottiene dei finanziamenti statali e l’archivio viene realizzato nelle antiche scuderie dell’arcivescovado. Viene aperto al pubblico il 23 marzo 1993.
Dopo l’archivio diocesano c’è stata una vera pioggia di incarichi, in un’intervista del 2004 Schirò dichiara di avere ordinato 33 archivi. Nel 2006, un anno prima della sua scomparsa, cura il riordino dell’archivio dell’ex ospedale Santa Caterina di Monreale.
Il suo lavoro non si è mai fermato. Negli anni 2000 c’è stata la collaborazione dell’ing. Gioacchino Nania, che ha curato il varo del programma informatico e la pubblicazione on line degli indici. Chiunque può accedere a cataloghi e repertori. Un servizio all’avanguardia, un piccolo miracolo di efficienza. Nel 2001 l’archivio diocesano è stato inserito nel portale Unesco.
Perché il professor Schirò riteneva gli archivi così importanti?
Nell’introduzione agli indici dell’archivio storico diocesano Schirò scrive la sua requisitoria sugli archivi come deposito della memoria storica della collettività. La memoria è “una forza capace di cambiare il mondo” perché si diventa creatori quando c’è un passato; è “una strategia culturale e filosofica per costruire il futuro”. Scrive: “proviamo a immaginare una persona che abbia perduto la memoria…”.
È un uomo di profonda fede, spesso riflette sulla funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, che sono i luoghi della memoria delle comunità cristiane. Scrive che molte volte la documentazione appare prosaica: cosa possono dirci quei registri di censi, rendite, legati pii e carte di contabilità? Ma anche qui, a parte il grande valore storico di questa documentazione, anche nei lasciti e nei testamenti, c’è la prova della devozione popolare.
Ma l’idea che gli archivi siano così importanti non è molto diffusa e nella sua opera di riordino spesso il prof. Schirò si ritrova di fronte ad archivi in condizioni caotiche, anche impoveriti e talvolta frammentari. Scrive che gli hanno dato l’impressione di trovarsi “in presenza dei relitti di un naufragio”. Trova una ragione nella circostanza che in Italia il concetto di bene culturale in relazione agli archivi non è emerso subito, la cultura è stata identificata con le opere d’arte.
Tu hai conosciuti Schirò personalmente. Che ricordo hai di lui?
Ho conosciuto Schirò da bambina, era il bibliotecario e io frequentavo assiduamente la biblioteca comunale. Avevo 8 anni quando mia madre andò a firmare la dichiarazione che mi avrebbe consentito di prendere i libri in prestito. Sono cresciuta anche là dentro.
Naturalmente ricordo tanti episodi. Quando facevo la ricerca sui monrealesi stuppagghieri, qualcosa per cui sono stati necessari anni di lavoro, gli chiesi di consultare le carte dell’archivio comunale. Lui mi disse “non è possible, non è in ordine”. Data la mia insistenza mi portò a vedere le condizioni di questo archivio. Erano mucchi di carte messi in grandi sacchi neri, quelli della spazzatura, stipati al pianterreno del Guglielmo. Solo dopo qualche anno, quando stavo per terminare il mio lavoro, ebbi la possibilità di consultare quei documenti. Aveva ridato dignità a tutte quelle vecchie carte chiuse nei sacchi dell’immondizia.
Una volta mi disse che a Monreale si poteva scrivere una storia sociale. Quando me lo disse io non sapevo proprio di che parlava. L’ho scoperto dopo anni e mi sono resa conto di quanto il professore fosse all’avanguardia. Intendeva lo stesso genere di storia che Le Roy Ladurie aveva scritto per il paese di Montaillou: pensava alla scuola francese, che prendeva in considerazione non solo la storia politica ma anche i caratteri della società e i suoi cambiamenti. Una storiografia rivoluzionaria.
A Monreale il suo lavoro è ancora da completare. Restano da riordinare gli archivi della Badiella, dei Gesuiti e dell’albergo dei poveri. Solo allora sarà possibile pensare a quella storia sociale che il professore avrebbe voluto scrivere.