Piana degli albanesi è, quasi, deserta. Anche d’estate. In passato, specialmente negli Anni Novanta e nei primi anni Duemila, mesi come luglio e agosto erano caratterizzati da una forte presenza di arbëreshë emigrati al nord per lavoro che tornavano a godere dell’aria pulita del vecchio paesino. Viale Otto Marzo, il corso Castriota e le altre strade principali erano letteralmente piene dei nostri compaesani che rientravano, soprattutto, dal nord Italia per trascorrere le ferie. Oggi, questo fenomeno ha assunto una tendenza inversa: nonostante una grossa fetta della popolazione di Piana, specialmente i giovani, abbiano lasciato la comunità arbëreshe per motivi lavorativi, le estati non vedono ripetersi le abitudini del passato. Probabilmente gli arbëreshë emigrati preferiscono trascorrere le vacanze altrove. L’unico dato certo e ben visibile è che Piana ogni anno si svuota sempre più. Tuttavia, stiamo assistendo ad un timido movimento “urbano” inverso rispetto agli Anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo, tempo in cui sono stati costruiti i grandi condomini di via Matteotti, viale Otto Marzo e via Castriota. In quel periodo la popolazione, dalle vie storiche di Piana, si era spostata in massa verso i condomini frantumando le dinamiche fondanti i processi alla base della Gjitonia (Vicinato). Dunque, quale tendenza inversa si registra? Semplice: oggi, dopo più di mezzo secolo, i figli delle famiglie che in quegli anni si erano spostate nei palazzi per necessità o per scelta, hanno ristrutturato le case lasciate vuote dai loro nonni per tornare a viverci. Dunque, sebbene sia ancora presto per dirlo e i numeri non siano così ingenti, si potrebbero ricreare nuovamente le situazioni e i contesti quotidiani, se non identici, simili a quelli vissuti dai nostri bisnonni, quando le porte di casa erano contigue e la gente abitava, nel vero senso della parola, le stradine dei quartieri principali. Quindi, le giovani famiglie, che si stanno spostando verso il centro storico, sono potenzialmente precorritrici di un ritorno alla tradizione, quando le occasioni per incontrare i vicini erano molteplici e la sera, invece di stare davanti allo smartphone, si trascorreva conversando seduti su di uno scalino o sulla sedia posta davanti alla porta di casa. La dimensione degli incontri in seno al vicinato non era esclusivamente familiare, poiché vi prendevano parte gli abitanti di una stessa via, spesso non carrozzabile. Gli anziani intrattenevano i presenti con svariati racconti che accendevano la fantasia sia dei bambini che dei più grandi. Tali racconti avevano come oggetto eventi accaduti realmente o narrazioni di pura invenzione. Ma la loro caratteristica principale era che avvenivano in lingua arbëreshe. Perciò, non si trattava unicamente di un momento di svago ma anche didattico ed educativo importante per i più piccoli. La narrazione rappresentava un momento in cui ci si poteva discostare mentalmente dalle preoccupazioni quotidiane e, tra un racconto e un altro, le donne spostavano davanti all’uscio i telai per tessere i maglioni che i loro figli avrebbero poi indossato d’inverno.
A detta di chi ha vissuto quei periodi, le famiglie erano solidali l’un l’altra e ci si aiutava a vicenda nel caso mancasse qualcosa in casa. Infatti, un proverbio in lingua arbëreshe recita: “Gjitonia ë gjëria” (Il vicinato è la parentela). Gli abitanti dello stesso vicinato si comportavano come un’unica famiglia nonostante non esistesse, tra di loro, alcun legame di sangue.
Un periodo che sembra lontano anni luce, eppure i nostri nonni e molti degli adulti della nostra comunità li hanno vissuti in prima persona.