“Composi a te un diadema e tu mi desti in compenso una corona di spine”, i versi del poeta arbëresh Giuseppe Schirò a cui Piana uccise il figlio

Lo Schirò ebbe un figlio di nome Giacomo barbaramente ucciso nel suo paese natio a seguito di un diverbio

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Giuseppe Schirò è stato uno dei più grandi poeti arbëreshë. I suoi poemi rappresentano, ancora oggi, un punto di riferimento per chi si occupa di scrittura e cultura arbëreshe. Infatti, numerose sono le sue opere: dal “Këthimi” (Il ritorno), scritto dopo il suo viaggio in Albania, al “Te dheu i huaj” (In terra straniera). Schirò nacque a Piana degli Albanesi il 10 agosto del 1865 e morì il 17 febbraio del 1927 a Napoli dove insegnava Lingua e letteratura albanese presso l’istituto Regio Orientale. 

Lo Schirò ebbe un figlio di nome Giacomo, che purtroppo morì non ancora ventenne, barbaramente ucciso nel suo paese natio a seguito di un diverbio avuto con alcune persone del luogo. Correva il giorno 13 luglio 1920. Il tutto nacque per un futile motivo: Giacomo era in piazza Vittorio Emanuele in divisa di bersagliere, corpo di cui faceva parte. Dato che si era in pieno “biennio rosso” (1919-20) il giovane fu immediatamente oggetto di scherno e insulti da parte di alcuni. Era un periodo di agitazione in cui un semplice simbolo come quella di un’uniforme, che rispecchiava il potere e le istituzioni, diventava oggetto di scherno e, soprattutto, contestazione da parte di chi era vicino a idee di sinistra.

Giacomo venne insultato e poi aggredito; durante le colluttazioni rimase uccisa una persona innocente. Gli assalitori erano numerosi e, così per Giacomo, non ci fu altra scelta che la fuga. Il ragazzo venne rincorso fino a quando non trovò rifugio dentro un circolo del corso Castriota. Ma la folla inferocita lo raggiunse comunque e il ragazzo venne colpito da decine di coltellate. Giacomo non ebbe scampo e morì. Secondo alcuni testimoni prima di spirare ebbe la forza di trascinarsi fino ad un tricolore lasciato cadere sul pavimento e, con gli ultimi sprazzi di energia, si avvolse nella bandiera.

Per questo suo gesto eroico, e allo stesso tempo estremo, ricevette postuma la medaglia d’oro al valore militare e alla memoria. La tomba di Giacomo si trova presso la chiesa San Domenico di Palermo in via Roma.

Giuseppe Schirò, naturalmente, venne segnato profondamente e per tutta la vita dalla morte del figlio, avvenuta in maniera tanto cruenta e atroce. Così, il poeta per vendicarsi non scelse la strada del sangue ma quella che conduceva alla penna che nelle mani giuste può essere tanto dolce quanto aspra e penetrante. Infatti, compose il poema “Mino” in cui dava sfogo a tutta la sua rabbia augurando a ogni persona di Piana degli Albanesi di annegare sulle onde del fiume che sbocca nel Honi, un burrone in prossimità della diga del lago. Ecco alcuni versi tradotti in italiano dallo stesso poeta arbëresh:

 Ahi, Piana, vituperio della razza albanese e della Sicilia

che a malincuore ti tollera. 

Ad un certo punto Giuseppe Schirò trova lo spazio anche per focalizzare l’ingratitudine dei suoi compaesani nei confronti del suo operare poetico che tanto lustro diede alla comunità: 

Con grande amore composi a te un diadema

e tu mi desti in compenso una corona di spine; 

[…] 

e tu come se non avessi nulla udito, né veduto

 quanto più possibile ti amai, e tu mi uccidesti il figlio!

Secondo alcuni studiosi, dopo la morte di suo figlio Giacomo, Giuseppe Schirò aderì, per risentimento, al fascismo. Probabilmente, a causa del pregiudizio politico, i contributi culturali, letterari e identitari dello Schirò per diversi anni non sono stati considerati con l’attenzione che si meritano.

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