I caffè di Palermo nella Bella Époque

Dove la mattina ciascuno faceva colazione in mezzo ai sorbetti, alla cioccolata, ed alle bevande di latte

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I bar e i ristoranti rappresentano, da quando esistono, dei luoghi in cui ci si reca per svagarsi, per incontrare un amico o un amante. Il contesto del tavolino del bar  è perfetto quando si parla di lavoro o quando, al primo appuntamento tra un aperitivo o un caffè, si vuol scoprire se la persona che abbiamo di fronte possa essere davvero quella giusta per noi. Purtroppo, durante i mesi della pandemia, tutto questo è venuto meno e gran parte delle nostre consuetudini antropologiche sono state immolate per porre un freno alla circolazione del coronavirus.

Questo sacrificio ci è costato tantissimo, perché ormai bar e ristoranti fanno parte della nostra vita. Ma non da oggi. Già nell’Ottocento i caffè di Palermo erano il palcoscenico di abitudini come quelle summenzionate che perdurano a distanza di due secoli.

Infatti, una descrizione di un autore anonimo risalente al periodo della Belle Époque riferisce degli ameni bar palermitani in questo modo: “La mattina ciascuno fa colazione in queste buone botteghe in mezzo ai sorbetti, al caffè, alla cioccolata, ed alle bevande di latte col caffè; dopo il pranzo il caffè ed i liquori; la sera la birra, le limonee ed i sorbetti”. In quel tempo i nobili e le “persone di affari” avevano spostato l’ora di pranzo alle 4 del pomeriggio.

Per arrivare fino a quell’ora con un po’ di energia erano soliti fare delle abbondanti colazioni a base di uova, pollo, carni fredde; il tutto annaffiato da eccellenti vini e da fresca birra. Inoltre, la sera, come scriveva lo storico Rosario La Duca, nei caffè si discuteva di affari, delle notizie del giorno e di opere teatrali. Insomma, possiamo dire che i meccanismi alla base delle cose umane discusse nei tavolini dei bar odierni sono, in buona sostanza, gli stessi di allora. 

In via dei Cintorinai si trovava il “Caffè della Colomba” specializzato nei sorbetti e luogo di incontro di persone di “virile età”. In via Toledo (oggi corso Vittorio Emanuele) c’era il “Caffè di Sicilia”, descritto come uno dei migliori dell’epoca.

Al pian terreno del Palazzo Francavilla-Sperlinga vi era un altro caffè,  dove ogni mattina si incontravano i cacciatori prima di recarsi al Monte Pellegrino per la caccia alle quaglie. Il nome del locale era, appunto, il “Caffè dei Cacciatori”. Il gestore era un certo “Monsù Binirittu”. Dopo la morte di quest’ultimo, purtroppo il caffè abbassò le saracinesche.

Un altro bar antico degno di essere citato è, sicuramente, il “Caffè Oreto”, sito in Piazza Marina, dove la sera del 12 marzo 1909 cenò il detective italo-americano Petrosino, prima di essere assassinato. Sempre in quel periodo fioriva il “Caffè della Trinacria” chiamato anche “Romeres”, dal nome del suo proprietario. Qui, come riportava una lapide ormai svanita, vi aveva fatto sosta Garibaldi. Ma il “Caffè della Trinacria” era famoso, soprattutto, per le sue giganti granite che ristoravano dal caldo gli ufficiali di guardia. Uno dei camerieri del Trinacria, un certo Isidoro, grazie alla sua indole comica, divenne il personaggio principale del giornaletto satirico locale “Il Babbìo”. Ma nel 1924 il federale fascista fece sopprimere la rivista. Il “Caffè Trinacria” rimase aperto fino al 1945 e, come vuole la legge cruda del mercato che non conosce memoria, al suo posto sorsero altre botteghe.

Citando ancora Rosario La Duca, del Trinacria rimane soltanto qualche fattura ingiallita con l’intestazione “Caffè della Trinacria – Al Quadrivio di campagna fuori Porta Maqueda n.70 – Negozio di sicari esteri ed indigeni spiriti – Liquori esteri ed altro”. 

In conclusione, possiamo affermare che parte delle nostre abitudini le abbiamo ereditate dai nostri avi che già duecento anni fa si recavano nei caffè con i nostri stessi intenti: passare delle ore liete o discutere di cose, più o meno, importanti. 

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