La grande cifra stilistica di Carlo Verdone è sempre stata la propensione “malincomica” tipica dei suoi film: si ride, anche tanto, ma c’è sempre un velo di malinconia che generalmente prevale sulla storia. In La carezza della memoria (Bompiani, 224 pp., 17 euro) conserva questa indole, in quello che si presenta come un romanzo dei ricordi, della nostalgia, di ere ormai lontane ma sempre così nitide nelle menti di molti italiani. L’idea di questo libro nasce da una scatola trovata durante il lockdown del 2020: all’interno moltissime foto di bellezza rara. Momenti di famiglia, momenti di socialità giovanile e incontri storici per la commedia italiana.
In questo romanzo si tracciano dei racconti di vita realmente vissuta, condensati in uno schema ricorrente nella narrazione verdoniana: gli anni Settanta quelli del riscatto socioculturale da parte di una generazione insoddisfatta, gli anni Ottanta quelli delle ambizioni e dei sogni lucenti in cui tutto sembrava così possibile, gli anni Novanta quelli del risveglio dai sogni e della consapevolezza di una realtà amara più di quanto si pensi. Sino ad arrivare ad oggi, un tempo nebuloso e non totalmente definibile. Persi tra una crisi economica e una pandemia. Ed ecco su queste basi che Verdone esalta i momenti di grande umanità e ironia con il padre Mario (noto docente universitario), gli inizi e la gavetta nei teatri quando ancora erano aperti e rappresentavano una fucina di talenti, gli anni consolatori dello studio e della vita concessa alla speranza di farcela, gli incontri che gli hanno cambiato la vita. L’arrivo del successo ma anche quell’iniziale pecca di non sapersi concedere abbastanza ai due figli Paolo e Giulia. La creazione della sua galleria dei personaggi, gli schiaffi presi, le esaltazioni. L’era dei ragazzi terribili della commedia italiana Verdone, Troisi e Nuti: un rimpianto per il cinema visto la triste sorte degli ultimi due.
Una serie di vissuti uno più affascinante dell’altro, ritratti umani che si condensano con gli scenari della Toscana e della Roma verdoniana. Quella di personaggi appena usciti da un romanzo popolare. Tra essi emerge Maria, giovane prostituta con cui Verdone intratterrà una fugace e casta storia d’amore (questo specifico racconto già in rampa di lancio come possibile film con regia dello stesso attore romano). Nell’ilarità quindi emerge un velo di amarezza che si fa sempre più nitido nel tempo. Roma non è più la stessa, i personaggi sono più cattivi e non più fenotipi da fiaba. Il tempo se ne va, ritorna o resta più di quanto non ci appartenga. In questo Verdone basa il suo libro, la sua filosofia di vita. Non avere paura di guardare a tempi meravigliosamente trascorsi che fanno parte di una nostra identità e ammettere la propria sorpresa dinanzi ad un tempo, quello attuale, difficile da leggere ma esaltante da scoprire (per arricchirsi).