Noi: i ricordi di famiglia che non muoiono mai

Un dolce quadro familiare e storico-civile di un’Italia vissuta con amarezza, senso del riscatto e semplice euforia

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Paolo Di Stefano, scrittore e responsabile delle pagine culturali del Corriere Della Sera, probabilmente non avrebbe immaginato di poter scrivere un romanzo da più di 600 pagine grazie a quella serie di appunti raccolti nel tempo. Un romanzo in cui descrivere la sua famiglia, i nonni, l’infanzia, i fenomeni di costume che influenzavano l’Italia di quella era storica (che fosse la Sicilia degli emigranti o la Milano del boom economico). 

Noi (Bompiani, 608 pp., 22 euro) è un manifesto dei sentimenti che racconta una di tante famiglie costrette a lasciare i luoghi del cuore per cercare fortuna altrove, tentare la strada verso la Milano industriale o le vie ancor più ignote della Svizzera. Questo romanzo a forti tinte autobiografiche comincia ad Avola. Lì abitano i Di Stefano, lì c’è un pastore di pecore di nome Giovanni (nonché nonno dell’autore). Un animo difficile e scontroso, un animo in continuo conflitto con il figlio Vannuzzo. Per questo figlio l’unica possibilità di emergere è lasciare quelle terre e l’autorità del padre. Va a Milano, in seguito in Svizzera. Conoscerà Dina, figlia di un carabiniere: ecco che la famiglia Di Stefano prende forma. La felicità entra in ogni momento, in ogni semplicità. In quel cerchio familiare emergono anche personaggi particolari e umanità che si inseriscono nel contesto dei Di Stefano. Tutto ciò che viene guadagnato è motivo di orgoglio e tranquillità. Nascono i figli: tra questi, appunto, Paolo. Ma c’è soprattutto Claudio: lui è il grande rimorso, il dolore che squarcia la felicità conquistata. Una malattia fulmina la vita di quel bimbo di appena cinque anni. 

Per Paolo raccontare significa anche capire dove si spingono i suoi ricordi e rimorsi, il poco tempo trascorso con un fratello perduto, gli scherzi, le risa, i silenzi, l’austera immagine del tempo che se ne va ma non vuole farlo notare. Un collage delle emozioni familiari dove le donne cercano sé stesse nell’ambito di una difficile emancipazione, un contesto in cui Paolo osserva e scruta continuando un dialogo ideale con Claudio, sorprendendosi di come la società cambi velocemente e come qualsiasi persona muti struttura. Un dolce quadro familiare e storico-civile di un’Italia vissuta con amarezza, senso del riscatto e semplice euforia. Quei sentimenti che hanno reso l’italiano capace di essere riconosciuto universalmente poeta senza parole, scrittore senza trama, avventuriero senza la necessità di farsi trascinare dal destino. Perché guardare al passato è anche un bene da esercitare senza paure o pregiudizi.

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