Aggressività, istinti primordiali e il ruolo della società per arginare la violenza

La scuola dovrebbe interrogarsi, riflettere e offrire segnali forti ed inequivocabili

0

Feuerbach è quel filosofo ricordato da eserciti di liceali prevalentemente per la sua celeberrima affermazione “noi siamo quello che mangiamo”. 

Una riflessione più ampia e meno centrata sulla mera porzione istintuale dell’essere umano, e dunque sul suo apparato digerente, ci conduce a ritenere che l’uomo sia, in realtà, ciò che riesce a conoscere e ciò che riesce a pensare.

Il pensiero solitamente sovrasta l’istinto e ne contiene i presupposti individuali di aggressività e sopraffazione fine a sé stessa, a favore di un’interazione sociale più civile e mediata. 

In natura siamo gli unici esseri viventi con l’attitudine a capire il mondo che ci circonda, andando oltre la conoscenza offerta dalla semplice e immediata percezione sensoriale e dal puro istinto primordiale. 

L’uomo, però, conserva tra i comportamenti più istintuali, che sfuggono alla mediazione riflessiva del pensiero, una variabile dose di aggressività, che spesso rimane latente o magari viene metabolizzata più in senso costruttivo che distruttivo. 

L’aggressività, negli agglomerati sociali più civilizzati, subisce la mediazione di un sistema di interazione tra pari che è essenzialmente culturale e quindi civilizzato e che riesce a contenere con forza quei comportamenti oltremodo violenti, i rigurgiti di pancia che possono essere evitati perché legati a bisogni istintuali di sopraffazione, i cosiddetti futili motivi.

Indagando le fondamenta biologiche dell’aggressività, esse partono dal presupposto che esista nei comportamenti aggressivi dell’uomo di oggi una sorta di reminiscenza di quell’istinto di sopravvivenza che caratterizzava la vita degli uomini primitivi, quando la caccia e la difesa erano gli unici strumenti di sopravvivenza, legati all’istinto primario di non venire sopraffatti da un ambiente esterno difficile e pericoloso. Secondo questa prospettiva l’apparato istintuale dell’uomo di oggi, dal punto di vista evolutivo, è ancora lo stesso dei suoi avi, ed è in parte caratterizzato da residuali manifestazioni aggressive, determinate in buona parte sul piano puramente biologico. Riflettendo su questo punto, si giunge a una conclusione fondamentale, ovvero come la violenza risulti collegata ad uno stato naturale dell’uomo in opposizione alla cosiddetta civilizzazione.

Una violenza primordiale latente, che emergerebbe qualora gli elementi di contenimento offerti dal pensiero, dall’educazione e dalla civilizzazione culturale vengono a mancare. 

Da ciò si deduce che più pesante risulterà il bagaglio culturale del singolo individuo, tanto più facile sarà ottenere maggiori opportunità per diventare esseri umani riflessivi e completi, per comprendere gli altri, per riconoscere la bellezza, per essere utili alla società e per risultare autentici artefici del proprio destino, affrontando con raziocinio le situazioni più difficili o godendo consapevolmente di quelle più gradevoli, eliminando violenza e sopraffazione nel pieno rispetto della propria vita e di quella altrui. 

Recentemente abbiamo avuto modo di apprendere dalla cronaca, con sgomento e una certa dose di incredulità, di alcuni episodi relativi a pestaggi dalla violenza veramente inaudita, messi in atto da alcuni individui, per motivi alquanto banali, ai danni di ragazzi inermi, fragili e senza possibilità di operare un minimo margine di difesa. Massacri in piena regola, senza un perché, ammesso ce ne sia uno che possa anche solo larvatamente giustificare una violenza tanto bestiale.

Uno di questi episodi agghiaccianti ci tocca molto da vicino e ci induce a scandagliare la profondità dell’assenza, in alcuni soggetti che vivono accanto a noi e respirano la nostra stessa aria, di un minimo contenimento civile rispetto a certe reazioni primordiali di violenza che vengono vissute come un fallimento non da chi li mette in atto, poiché lo stesso evidentemente non ne comprende l’assurda gravità, ma da chi appartiene al medesimo contesto sociale in cui tali atti si sono verificati, ma se ne discosta con disgusto.

La cosiddetta società civile, a partire dalla sua istituzione più autorevole e rappresentativa, ovvero la scuola, dovrebbe interrogarsi, riflettere e offrire segnali forti ed inequivocabili all’esterno, attraverso le testimonianze di chi c’era e le manifestazioni pubbliche di indignazione generale di chi non c’era ma che ugualmente non può sopportare questa indecente deriva. 

Solo se la società riesce a trasmettere a sé stessa quel senso civico che sembra diluito se non smarrito del tutto, si può ancora tentare di arginare la diffusione di modelli di comportamento che enfatizzano proprio quella violenza primordiale che sconosce la cultura e il senso dell’altro, ma ci identifica inequivocabilmente alla stessa stregua dell’homo sapiens di 40 milioni di anni fa.

Concludo con la storia e le parole struggenti di Filippo, 15 anni, pestato a sangue la sera di Ferragosto sul pontile di Marina di Pietrasanta, in Versilia, da un gruppo di ragazzi sconosciuti.

Quando lo hanno massacrato di botte, Filippo ha seriamente creduto di morire. In realtà non è morto ma ha subito dei danni permanenti alla mandibola che lo hanno sfigurato per sempre. Il pestaggio che ha subito gli ha letteralmente rovinato l’esistenza, senza nemmeno il margine di una motivazione che avesse un senso, di un semplice “perché” solo vagamente plausibile.

Invece lo hanno massacrato per un banale scambio di persona. Hanno sbagliato, non era lui l’oggetto della barbara spedizione punitiva. 

“Una sensazione terribile, la stessa che ho provato quando ho letto della tragedia di Willy”, racconta Filippo, a cui non difetta la profondità riflessiva. “Certo, senza quei dolori fisici che mi annebbiavano la mente, ma con la stessa angoscia, con la medesima sensazione lugubre e oscura. Così mi sono detto che dovevo fare qualcosa di buono per fermare questa violenza. Ho deciso di metterci il mio volto ferito e deturpato dalle botte e dico ai miei coetanei: vi prego fermatevi fino a che siete in tempo. Perché se vi sporcate l’anima siete perduti per sempre”. 

Fermatevi, fermiamoci.

Commenta la notizia

L'indirizzo email non verrà pubblicato.