Body Shaming, quando “Colpire e affondare” un soggetto per le sue caratteristiche fisiche diventa pratica semplice e immediata

"Maestra mi ha detto che sono grassa!" Anche le bambine convivono e crescono con un modello di bellezza femminile imposto

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La discutibile satira televisiva che ha avuto, suo malgrado, Giovanna Botteri come protagonista, ha scomodato persino l’immenso Giorgio Gaber col suo “lo shampoo”. Un brandello di un’esibizione estrapolata dal suo contesto originario e utilizzata ad hoc, per sottolineare ulteriormente, in chiave satirico-ironica, l’aspetto sciatto della giornalista, con particolare riferimento alle chiome “indisciplinate”. 

La Botteri ha ricevuto, giustamente, la piena solidarietà non soltanto da parte del mondo dell’informazione a cui degnamente appartiene, ma anche da un buon numero di individui: gente comune, che si è indignata per l’ennesimo attacco sessista, travestito da innocuo sarcasmo, nei confronti dell’aspetto esteriore non di una soubrette o di un attrice, che sull’aspetto fisico fonda, spesso, il suo successo, ma di una schiva, autorevole, stimabile ed essenziale giornalista. 

Alla luce di tale episodio si è tornato a parlare di Body Shaming, letteralmente “vergogna del corpo”. Una forma di bullismo, spesso online, che noi adulti, genitori e insegnanti in primis, non dovremmo mai prendere sottogamba, dato che una percentuale enorme di adolescenti, per lo più ragazze, sostiene di esserne stata vittima almeno una volta nella vita.

L’autostima e la consapevolezza dei propri pregi e dei propri limiti sono processi che si avviano molto presto nella psiche di ciascun essere umano e che possono sfociare, in mancanza di esempi e alternative autorevoli, in distorsioni del pensiero e del giudizio. 

Da maestra di bambini di scuola primaria, segmento scolastico al quale accedono ancora piccoli per uscirne pre-adolescenti, ho avuto modo di notare spesso che i bimbi, quando devono “attaccare” un compagno o una compagna, per motivi vari che esulano dall’esteriorità, utilizzano per offendere quello che io chiamo il “futile disprezzo estetico”. 

– Maestra mi ha detto che somiglio a una scimmia! 

– Maestra mi ha detto che sono grassa! 

– Maestra mi ha detto che sono un tappo! 

Ecco alcuni esempi lampanti, prova certa degli albori di un pregiudizio, fondato sul corpo, che si radica, nella mentalità comune, sin dall’infanzia.

“Colpire e affondare” un soggetto per le sue caratteristiche fisiche, diventa pratica semplice e immediata.

Una sorta di apprezzata e ricercata tecnica anche per i più piccini, a cui si fa ricorso, ad esempio, per umiliare un ipotetico avversario in un litigio, oppure per affermare quella tendenza, fine a sé stessa, a un certo “sadismo” infantile. 

Attribuire qualità negative a una persona sulla base delle proprie caratteristiche fisiche diventa, piano piano, una modalità sempre più frequente via via che ci si avvicina all’età X, ovvero all’adolescenza. 

Tale modalità risulta ancora più marcata, quando si parla di bambine e ragazze ed essa costituisce una bella patata bollente da maneggiare con cura, magari attraverso esempi positivi mirati, tratti dal mondo reale. 

Ciò che mi ha colpito della risposta della Botteri alle criteche ricevute, attraverso un impeccabile, efficace e scarno monito, è il seguente passaggio:

“Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne”.

Chi mi conosce come insegnante, sa quanto io curi, in particolare modo “la generazione delle future donne”, dando ampissimo spazio alla discussione e proponendo modelli di donne privi, il più possibile, di stereotipi di genere. 

Questo perché ritengo che solo un dialogo costante con l’adulto di riferimento, che ti spiega altre sfaccettature del mondo circostante, possa riuscire a scardinare, almeno in parte, quei pregiudizi legati a un modello di bellezza femminile, che ci viene imposto e con il quale, le bambine convivono sin da piccole: i corpi belli sono quelli magri, slanciati e perfetti. 

Ci si abitua, di conseguenza, anche al paradigma contrario: il corpo imperfetto può essere preso in giro. 

Come comportarsi, dunque, di fronte all’evidenza di questi inquietanti presupposti?

Credo che, in primis, sia necessario modificare i nostri comportamenti. Anche noi insegnanti siamo immersi in questo tipo di messaggi, ma è nostra responsabilità tentare in ogni modo di correggerli. 

Per farlo dobbiamo crederci noi per primi, per il semplice motivo che è sempre l’esempio concreto il passaggio chiave che imprime una sorta di marchio indelebile alla nostra credibilità.

Non possiamo dire alla nostra alunna  di non chiamare “cicciona” la compagna di classe se poi ci scappa il commento su “Oddio, quant’è ingrassata la collega!!!”. 

“I bambini ci osservano” è il titolo di un ottimo testo di Franco Lorenzoni, a cui io aggiungerei…e ci ascoltano, anche quando sembrano distratti.

Un’attività che aiuta notevolmente il dialogo è quella di un primo approccio guidato alla scoperta di un mondo femminile alternativo allo stereotipo. 

In questi ultimi anni la letteratura per bambini ci è venuta in aiuto. 

“Storie della buonanotte per bambine ribelli” di Elena Favilli e Francesca Cavallo, costituisce una raccolta accattivante di storie di donne dalla personalità carismatica che, sovvertendo i pregiudizi imperanti, sono riuscite, in parte, a cambiare il mondo. Da Frida Kahlo a Madame Curie, da Artemisia Brunelleschi a Ipazia, da Madonna a Samantha Cristoforetti…donne iconiche e affascinanti. 

Un modo diverso per inviare messaggi educativi e per iniziare la solita stereotipata storia: C’era una volta… una principessa? 

Macché! C’era una volta una bambina che voleva andare su Marte. Ce n’era un’altra che diventò la più forte tennista al mondo e un’altra ancora che scoprì la metamorfosi delle farfalle.

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