Primo Maggio, la festa dei lavoratori in tempo di Coronavirus

Portella della Ginestra, le lotte contadine e operaie, nelle parole di Bruce Springsteen e di Ignazio Buttitta

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Sono una consumatrice compulsiva di musica. 

Stamattina la mia personale playlist di Spotify mi ripropone una struggente ballata rock. Si tratta di “Factory” di Bruce Springsteen e improvvisamente, in questo scorrere piatto di giornate tutte uguali senza feste e senza calore umano, mi ricordo che oggi si festeggiano i lavoratori. 

Al mattino presto fischia la sirena della fabbrica, l’uomo si alza dal letto e indossa i suoi vestiti, prende la sua colazione, ed esce alla luce del mattino…è il lavoro, il lavoro, nient’altro che vita di lavoro. Attraverso i luoghi di paura, attraverso luoghi di dolore vedo mio padre superare i cancelli della fabbrica, mentre piove, la fabbrica si prende il suo udito, la fabbrica gli dà la vita, il lavoro, il lavoro, nient’altro che vita di lavoro“…Canta sommessamente the Boss con la sua voce calda e profonda e a me sale una commozione strana, che non è rabbia, non è tristezza e nemmeno paura. È semplice straniamento. 

Il Primo Maggio è una data emblematica per tutti noi, legata al sangue innocente versato tra i campi verdi di “Portella della Ginestra”, alle lotte contadine, a quelle operaie, al tarlo inespugnabile della precarietà di ieri e di oggi. 

È la festa dei giovani e di chi giovane non è, del concerto di “Piazza S. Giovanni” a Roma, delle manifestazioni e delle rivendicazioni. 

Per questo, il silenzio immobile di questo tempo surreale non gli appartiene.

Fa impressione questo Primo Maggio dal sapore particolarmente amaro: una festa del lavoro asettica e smarrita, che sa di disinfettante, di alito compresso in mascherine che ci omologano, rendendoci simili tra noi e simili a questi giorni sospesi tra incubo e realtà. L’aria tersa di una natura particolarmente rigogliosa risente dell’olezzo di guanti di lattice, non di rado abbandonati sul suolo e tra gli anfratti delle città…i nuovi rifiuti di un mondo in quarantena, il biglietto da visita della Pandemia. 

E infine la tristezza di un dramma ineludibile, quello di chi ha perso certezze e speranze, affogate nella paura di soccombere più alla depressione e allo smarrimento, che al covid 19.

Sembra quasi un paradosso che questo primo maggio ricada a cavallo tra la fine del lockdown e la famigerata fase due, quella del quattro maggio, la fase della graduale riapertura delle attività produttive, secondo un rigido calendario stabilito dal Governo. 

Un lockdown durissimo, quello iniziato due mesi fa, che ha impresso su molte aziende, come marchio a fuoco, la traccia di un impatto devastante che né ha sovvertito le prospettive. 

Dietro quelle saracinesche abbassate ci sono imprenditori importanti, ma anche piccoli operai. Gente che già si barcamenava a stento tra merci da vendere e impegni fiscali a cui provvedere. Piccole attività in coma farmacologico che potrebbero stentare a rianimarsi. 

Due mesi sono stati sufficienti per infoltire la schiera di chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, tante troppe famiglie annientate da una nuova povertà, che sale su come un’inarrestabile marea.

E infine la reclusione in case – prigioni che, esattamente come la copertura economica individuale nel riuscire ad affrontare l’emergenza, non rispondono a una condizione domiciliare uguale per tutti. Il divario sociale e l’iniquità che si acuiscono, deprimono le giornate di chi non sa più cosa sia meglio scegliere tra l’opzione drammatica di contrarre un virus potenzialmente letale e una deriva lenta e ugualmente catastrofica. Ma questa realtà ci racconta anche altro, ci narra di centinaia di morti per covid, che continuano a rimpinguare il triste bollettino, ogni giorno, prevalentemente nel Nord Italia e che accennano, solo adesso, alla prospettiva di un maggiore contenimento. Tra i defunti un buon numero di sanitari, che, come soldati in trincea, soccombono all’imprevedibilità di un nemico tanto subdolo quanto potente.

Un primo maggio soleggiato quello di oggi, ma inquietante, con gli ospedali ancora pieni e le piazze e i cuori vuoti. Con la forza di rivendicare un futuro più equo ridotta a lumicino da una depressione pervasiva, che per molti assume i connotati rarefatti della mesta rassegnazione. 

Ed è così, riflettendo su questo incredibile periodo, che ai versi sommessi del pezzo di Bruce Springsteen, nella mia mente, si sovrappongono quelli rabbiosi di Ignazio Buttitta, che rievocano un’altra strage, lontana nel tempo. La strage che ha insanguinato la nostra Terra…quel campo di ginestre, tanto vicino a noi, dove la gente morì, vittima dell’arroganza mafiosa, rivendicando la libertà dei propri diritti. Un sacrificio che ancora oggi commuove e che in questo strano tempo, triste e paralizzato, catapultati come siamo nel tentativo di contenere una strage planetaria ad opera di un nemico provvisto di armi altrettanto temibili e impari, non possiamo degnamente onorare.

Versi sempre attuali quelli di Buttitta, che sarebbe importante la gente ricordasse…perché il sangue di chi muore da povero, da derelitto, ma da uomo libero non si può e non si deve mai dimenticare. 

... Supra l’erba li chiangeru

figghi e matri scunsulati:

cu li lacrimi li facci

cci lavavanu a vasati!

Epifania Barbatu,

a lu figghiu mortu ‘n terra

cci diceva: « A li poveri

puru ccà cci fannu guerra!».

‘Na picciotta cuntadina

cu lu figghiu nni li vrazza:

«A sett’anni t’ammazzaru,

figghiu miu! Diventu pazza!».

Pi discriviri ’sta straggi

Cci vulissi un rumanzeri:

’sta chitarra ‘un sapi chianciri

malidittu ’stu misteri!

Margherita la Clisceri,

ch’era dda cu cincu figghi,

arristò cu l’occhi aperti

abbrazzata a tutti e cincu!

Nni li vrazza di la morta

un sigghiuzzu di ‘nnucenti:

lu cchiù nicu, ntra la panza,

chiangi sulu e non si senti!

Si ddu jti a la Purtedda,

ascutati chi vi dicu:

nni la panza di so matri

chianci ancora lu cchiù nicu!

E li morti sunnu vivi,

li tuccati cu li manu:

cu murìu a la Purtedda

fu la mafia e fu Giulianu!…

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