“Gli anni più belli” di Gabriele Muccino, un tuffo indietro nell’Italia degli anni ’80

Muccino sottolinea ed enfatizza la riflessione su decenni ormai andati

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Il cinema è una delle mie passioni.

Solitamente evito di andarci durante il fine settimana, perché detesto confusione e file interminabili. Ieri però, con l’effetto coronavirus, ho avuto modo di godermi “Gli anni più belli” di Gabriele Muccino in una sala semi-deserta con solamente una decina circa di persone.

L’intreccio di vite, sogni, amori e delusioni delineato dalla trama dell’ultimo lavoro di Muccino, si snoda a partire dagli anni ottanta, fino all’attualità, e riguarda i cinquantenni di oggi, ovvero riguarda in pieno la mia generazione.

Gli eventi personali dei quattro protagonisti Paolo, Giulio, Riccardo (detto Sopravvissù) e Gemma si mescolano con i rivolgimenti politici e sociali che hanno accompagnato la nostra vita di ragazzi nati durante l’ultimo scorcio degli anni sessanta: le guerriglie violente tra i giovani di destra e quelli di sinistra, la caduta del Muro di Berlino, tangentopoli, l’attentato alle Torri Gemelle, l’avvento dell’onda populista, con la nascita del movimento cinque stelle. Ed è curioso, per me, ex ottantottina, spettatrice e protagonista di eventi storici importantissimi, su cui questo film ha avuto la sua bella presa, costatare il fatto di vederlo durante un periodo, ancora una volta, particolare e inedito, senza certezze e con qualche preoccupazione in più.

I rivolgimenti politici  sconvolgono l’assetto sociale durante un arco temporale lungo oltre tre decenni, ma rimangono lo sfondo integratore che incalza la vita dei quattro amici, rammentandoci, nel contempo, la nostra, diversa da quella dei protagonisti, ma identica alla loro, nelle sfumature.

La moda, la musica, le discoteche studentesche mattutine, gli oggetti iconici di quegli anni, l’entusiasmo, la vita senza smartphone, internet e, soprattutto, senza social. Una vita lontana, che via via prende una diversa forma, si modifica, assume le sembianze dei capelli bianchi dei ragazzi ormai attempati, della pettinatura composta di Gemma, dei loro sogni infranti, delle loro cicatrici e delle loro speranze, che sono poi il riflesso delle nostre cicatrici e delle nostre speranze.

Giulio, Riccardo, Paolo e Gemma vivono gli anni ‘80 con l’incoscienza e l’euforia tipica di quel tempo. Ed esattamente come avviene per loro nella finzione cinematografica, quel decennio fu per me il segmento di tempo più importante, quello che ha definito e messo a fuoco ciò che poi sono diventata, tra sogni accantonati (tanti) e incertezze. Tecnicamente gli anni ottanta furono gli anni patinati dell’edonismo rampante: una visione della realtà meno idealista rispetto al decennio precedente, ma ancora pregna di quella vitalità giovanile che alimentava i sogni di noi adolescenti, tra incoscienza gioiosa e prime difficoltà esistenziali, che sarebbero definitivamente esplose all’interno di una cornice più adulta e disincantata.

Quel decennio fu per me il segmento di tempo più importante, quello che ha definito e messo a fuoco ciò che poi sono diventata

I ragazzi protagonisti sono diversi l’uno dall’altro, quattro monadi, con personalità, vissuti e ambizioni differenti. Le loro vite si uniscono, per poi tradirsi, perdersi, ritrovarsi e perdersi ancora una volta…fino a una matura e definitiva riconciliazione.

Lo stile del film è quello a cui Muccino ci ha abituati: le liti, i pianti sofferti, le corse affannate, i genitori che appaiono come semplici spettatori della vita dei figli, i corridoi delle case, le inquadrature sulle strade di Roma. Muccino sottolinea ed enfatizza la riflessione su decenni ormai andati, che diventano sempre di più un ricordo e indossano la maschera del rimpianto, sia per i suoi personaggi come per il suo pubblico.

Muccino sottolinea ed enfatizza la riflessione su decenni ormai andati

È la perdita di tutte quelle certezze che, come avvenne per i giovani del dopoguerra, per quelli del ’68 e per tutte le generazioni che si sono avvicendate, alimentano ambizioni, che spesso sono destinate a svanire, o soltanto a trasformarsi. Ciò avviene quando il sogno perde i suoi connotati peculiari per scontrarsi con i limiti di una realtà che condiziona e avviluppa in un vortice di necessità sempre meno vacue e idealiste ma sempre più pragmatiche e superficiali. La mia non è da considerarsi una recensione, perché non possiedo competenze tali per avventurarmi in un simile campo minato, ma una riflessione personale sul valore catartico che può avere l’arte (il cinema e il teatro), quando riesce a toccare le corde più recondite e più vere di ciascun essere umano.

Bravissimi gli attori, in particolar modo lo straordinario Kim Rossi Stuart che interpreta Paolo, il più sensibile, il più idealista, quello che insieme a Gemma, soffre prima degli altri ma riesce ugualmente a fare sacrifici, ad andare avanti, con l’umiltà di chi è mite nella mente e nel cuore, l’unico tra gli amici a rimanere fedele a sé stesso.

 

Sulla scia di una musica che evoca emozioni vissute, mi perdo in “Don’t you forget about me” dei Simple Minds e, per un attimo, quel ritmo mi scuote, mi riporta indietro e mi mostra fugacemente il colore di una vita ancora tutta da scoprire. Ma è solo un attimo…il tempo di cacciare via una lacrima molesta.

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