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In “Tolo Tolo” Checo Zalone parla di noi, della nostra realtà attuale, delle nostre ipocrisie e dei nostri vizi

Un ragazzo pugliese, un provincialotto sognatore, si cimenta in un’impresa imprenditoriale al di sopra delle sue possibilità. Vessato dalle ex mogli, dal fisco e da un indebitamento che coinvolge l’intera famiglia (che a un certo punto preferirebbe persino piangerlo per morto) scappa via e compie un viaggio alternativo rispetto ai soliti percorsi, più o meno noti, della migrazione ufficiale, un viaggio diametralmente opposto…una sorta di percorso al contrario. Checco trova, infatti, lavoro in un resort per ricchi, nel cuore dell’Africa. Ma la sorte beffarda lo riporterà in Italia, attraverso un altro difficilissimo viaggio, questa volta pieno di incognite e colpi di scena. Un tragitto senza passaporto, né soldi, né voli aerei.

Una specie di pellegrinaggio verso una meta sofferta, insieme a una carovana di migranti,  attraverso il deserto, tra mille difficoltà e una rocambolesca sosta all’interno dei campi libici, fino al barcone della speranza, alla tragedia tra le onde, alla nave di una ONG che salva lui e altri fortunati, tra cui il bimbo africano che gli era stato affidato. Ritornato in Italia, dove nel frattempo era stato dichiarato defunto, il tipo superficiale e sbruffoncello è un uomo quasi nuovo, con nuove  priorità e nuove prospettive. Una consapevolezza diversa in quella medesima Italietta meschina che aveva lasciato, quel luogo improbabile dove un politico delle Murge, senza titoli e senza esperienza, riesce a diventare persino ministro degli Esteri. 

Questo film intelligente e leggero parla di noi, della nostra realtà attuale, delle nostre ipocrisie e dei nostri vizi. Ci dipinge a tinte forti per come appariamo: con la nostra difficoltà nel sentirci empaticamente cittadini del mondo, il nostro qualunquismo indifferente che, a volte, perde di vista l’umanità, la nostra superficialità. La stessa superficialità con cui commentiamo svogliatamente le disgrazie di uomini, donne e bambini durante le loro inumane traversate della speranza. La superficialità nel non considerare mai i sogni di chi abita un mondo diverso e avverso, e che per questo ha ancora voglia di sopravvivere e di scoprire se un futuro migliore possa materializzarsi oltre al loro tunnel. Una superficialità costante e ostentata, con la quale accompagniamo i loro viaggi, persino quando raggiungono gli inferi del sangue versato tra i flutti ostili, in fondo sempre allo stesso mare, il Mare Nostrum.

Sono questi alcuni passaggi di “Tolo Tolo”. Un film che presumibilmente avrà illuso qualche sovranista, che sperava di godersi l’ennesimo sfottò dissacrante sui migranti. Nulla di tutto questo.

Nessun razzismo, anzi! 

La descrizione, in chiave ironica, del dramma del nostro secolo, in Tolo Tolo, ci fa solo apparentemente sorridere. Al di là della risata, delle espressioni esilaranti di Checco, delle sue battute irresistibili (presenti in misura comunque minore rispetto agli altri suoi film) questa pellicola ci induce a riflettere e a confrontarci con noi stessi, con le nostre convinzioni, la nostra inerzia, la nostra pavidità. È un film che ci trasporta nel cuore dell’Africa fino al susseguirsi apparentemente leggiadro, ma in realtà pesante come un macigno, di tutte quelle  tematiche sociali legate all’immigrazione. 

Alla fine ci resta il retrogusto dolce di quelle due parole che identificano il film: “Tolo Tolo”, ovvero le prime, semplici parole in italiano di Du Du, il bimbo africano che la sorte ha affidato allo straniero (in questo caso a Checco) e che impara a nuotare “solo solo” grazie all’insegnamento di quell’uomo bianco, lo scanzonato pugliese, il tipo superficiale che voleva diventare imprenditore. Un messaggio importante veicolato da un film bello, semplice ma allo stesso tempo potente. Un film che conferma, oltre all’indiscussa vis comica, l’evidente intelligenza di Zalone che, tra una risata e l’altra, descrive una realtà drammatica e profondamente umana, che solo pochi artisti hanno saputo o voluto affrontare.

Geniale la trovata finale della “cignogna strabica”, per dipingere, attraverso pennellate leggere come una carezza e ingenue come gli occhi di un bambino, un quadro che mostra semplicemente ciò che è ovvio: nascere nella parte giusta del mondo non è un premio e neppure un diritto, ma è semplicemente una inevitabile casualità, legata al cosiddetto fattore C, ergo alla fortuna. È la fortuna dell’essere affidato alla cicogna giusta. Quel fattore C che determinerà le sorti di un bambino che potrà diventare uomo in circostanze più o meno favorevoli. Una fortuna per nulla frequente, conosciuta solo da una parte degli abitanti di questo desolato pianeta…la parte minoritaria dell’emisfero più egoista.

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