Molti sconoscono la storia di Rosa Parks, la sarta statunitense di colore che, stanca dopo una lunga giornata di lavoro, si rifiutò di alzarsi dal posto che aveva occupato, in un autobus riservato ai bianchi. Per tale ferma e legittima opposizione venne arrestata e messa in prigione.
Intorno a questa figura di donna nera, che nel 1955, con un gesto semplicissimo, diede il via alla reazione di massa dei neri a Montgomery, sono nate e si sono sviluppate tutte le altre realtà di protesta, contro le iniquità di un sistema sociale tremendamente ingiusto.
Il comportamento coraggioso di Rosa Parks diventò la scintilla della protesta degli afroamericani. Un personaggio semplice, che divenne la chiave di volta di un periodo storico che ha ispirato e ispira ancora oggi la letteratura mondiale.
Dopo i fatti di Montgomery, la società americana e quella mondiale iniziarono a cambiare: una nuova onda rivoluzionaria e democratica riuscì a travolgere, con impeto, le storture di una società ottusa e discriminante.
Quante conquiste da allora!!!
Quanti diritti depredati, offesi e calpestati diventarono finalmente realtà!!!
La democrazia è un esercizio quotidiano talmente semplice, da divenire una facile abitudine. Essa, spesso, è così scontata che finisce per fare da contraltare a piccoli e grandi campanelli d’allarme che dovrebbero allertare, ma che in realtà vengono puntualmente sottovalutati e considerati amenità su cui sorvolare.
Uno di questi tintinnii sinistri proviene, quasi agli albori di un 2020 che si annuncia già carico di inquietudine, da un autobus italiano, esattamente come da un autobus americano, 64 anni orsono, partì, al contrario, quella luminosa e ribelle scintilla di libertà che travolse il mondo.
Alessandria, Novembre 2019
Una mamma e una bambina di circa 7 anni salgono su un bus di linea. Sono nere…la piccola prova ad occupare un posto libero, vicino ad una signora anziana, ovviamente bianca, italiana, normale. La signora guarda la bambina e incredibilmente la rimprovera, dicendole: “NO NO TU QUI NON TI SIEDI!”
Vittoria Aneto, consigliere comunale (di area dem), intima alla donna di far sedere la bambina, ma lei insiste e ribatte, in modo arrogante, le dice di farsi gli affari suoi. La madre della piccola sembra mortificata, rassegnata, vergognata, guarda a terra e non dice nulla.
A quel punto la consigliera alza la voce suggerendo, in malo modo, alla signora di fare sedere immediatamente la bambina ed esortandola a vergognarsi. La signora a quel punto fa sedere la piccolina, ma continua a borbottare e a guardarla schifata. Tutte le persone sull’autobus guardano, in parte compiaciute, in parte no…nessuno osa dire nulla.
Bene, chiunque provi a semplificare, giustificare, negare, ovattare la realtà, distrugge inesorabilmente un frammento di giustizia, un microgrammo di democrazia, un pizzico di umanità. Perché queste sono scene di ordinaria intolleranza, che chiunque stia minimamente attento al mondo può cogliere con gli occhi, con le orecchie…può sentire nell’aria. Magari non così esplicite, più soffuse, stemperate in una parola scortese, in uno sguardo schifato, in un gesto sgarbato… ma ci sono, esistono, quotidianamente, intorno a noi, dentro di noi.
Se poi l’inopportunità e la scorrettezza superficiale di certi comportamenti viene sottolineata da qualcuno, c’è subito qualcun altro che risponde sempre alla stessa maniera, con il solito ritornello stanco, buono per tutte le occasioni: “con tutti i problemi che ci sono in Italia!”, “Non sono razzista però…”, “stiano a casa loro, che noi abbiamo già i nostri guai!”. Espressioni di rabbia ostentata, di negazione, di scherno e di complicità nei riguardi del clima di crescente intolleranza, di razzismo latente o esplicito, ancora più enfatizzato dal silenzio dei più.
Quel girarsi dall’altra parte di tante persone comuni è diventato il nostro modo di agire usuale, e quelle stesse persone che notiamo abbassare lo sguardo e far finta di non badare alle porcherie che la realtà sbatte in faccia a tutti, siamo semplicemente noi, chiusi nel nostro individualismo senza gioia e senza condivisione.
Queste sottigliezze di un comportamento comune ormai radicato, diventano un atteggiamento serpeggiante che ci accomuna, che ci riguarda e di cui spesso non ci rendiamo conto.
Se solo ci osservassimo dall’esterno, se solo ci guardassimo tra vent’anni, chissà se proveremmo un filino di vergogna per questo modo di agire amorfo che, in talune situazioni si tinge, a tratti, del cupo e odioso colore dell’omertà. Il meccanismo subdolo e perverso che noi siciliani (e non solo noi) abbiamo conosciuto e continuiamo a conoscere fin troppo bene.