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“Questa (…) ebrea di m. si chiama Liliana Segre”: si riacutizzano in Italia e in Europa la violenza verbale e l’intolleranza verso ebrei ed extracomunitari

Cosa spinge ogni giorno 200 persone a scagliarsi sui social contro Liliana Segre, con un odio razziale così profondo da indignare la maggioranza della gente che legge questi post?

Frenando a stento la rabbia e il biasimo, tale domanda non vuole essere solamente un monito accusatorio, ma vorrebbe consentire un primo spunto di riflessione, per tentare di comprendere ciò che in realtà appare solo cinico e incomprensibile. 

200 messaggi di odio, dunque, contro una donna di 89 anni, una donna ancora attiva, autorevole, dignitosa, saggia…una donna superstite dell’Olocausto, che si esprime sempre con un linguaggio pacato e misurato, anche dinnanzi alla barbarie gratuita e inconsulta che le stanno riversando contro.

Questa (…) ebrea di m. si chiama Liliana Segre, chiedetevi che cazzo a fatto (così è scritto, senza h, ndr) per diventare senatrice a vita stipendiata da noi ed è pro invasione? Hitler non ai (ancora senza h) fatto bene il tuo mestiere“. 

Ecco  il messaggio il cui contenuto (sciocco e crudele) riassume il mood degli altri 199 (circa) che quotidianamente vengono indirizzati alla nostra Senatrice.

Ma perché? Perché tanto irriverente e gratuito disprezzo? La mia idea segue una linea semplice, presumibilmente scontata.

Ritengo che nei momenti di crisi storica e valoriale, quando cresce la paura, il populismo impera e accomuna una nebulosa idea di riscatto dalla crisi economica che attanaglia un numero impressionante di persone, si iniziano a erigere muri e si guarda con diffidenza al diverso, ovvero a chi potrebbe intaccare questa scia di nazionalismo cupo e reazionario che sta attraversando l’Europa e il Mondo. In un clima così incerto e frammentato non vengono colpiti solo gli immigrati, rei di una presunta invasione che minerebbe le tradizioni di un sistema nazionale tendente al sovranismo e che sviscera la paura atavica di un “imbastardimento” sociale e culturale, ma anche il “nemico” di sempre, l’ebreo.

Decisamente simili a noi, ma, al contempo, considerati storicamente diversi, gli ebrei inquietano l’immaginario collettivo di parecchie menti, chiuse nei propri timori e nella propria gratuita “antipatia” razziale. Durante il lungo e sofferto dopoguerra, attraverso la stesura di norme e documenti, di cui fa parte, a pieno e ampio titolo anche la nostra intramontabile Costituzione, è stata posta una sorta di barriera culturale inscalfibile per contenere e impedire il diffondersi di idee razziste e antisemite.

In questo nuovo e bizzarro millennio 2.0,  stiamo, al contrario, assistendo, complice il web, a un nuovo e irrefrenabile riacutizzarsi della violenza verbale, della denigrazione, dell’insulto, del pregiudizio, dell’ostilità, cieca e sorda, verso il bersaglio di sempre. 

Chi ama approfondire letture relative agli attuali e autoctoni temi riguardanti l’odio, l’intolleranza e il razzismo, conosce già i dati della crescita esponenziale di un fenomeno dai confini labili e imprevedibili. Aumenta in Italia e in Europa questo odio sottile, sempre più diffuso e banalizzato, che induce, in ogni momento, a gesti che vanno dall’ingiuria e la diffamazione, a più sporadici (e ben più gravi) atti criminosi.

Valanghe di insulti che non colpiscono le idee o una dimensione riflessiva e di pensiero considerata opposta alla propria, ma, molto più banalmente, il semplice status di ebreo, ovvero quello status di appartenenza razziale che rappresenta essa stessa, per il semplice fatto di essere espressione di un popolo, di una cultura e soprattutto di una storia, l’elemento cardine da dileggiare senza un motivo e soprattutto senza freni. Da Liliana Segre a Gad Lerner… in Italia i bersagli più colpiti. 

Concludo con il frammento di un intervento della Senatrice Segre e con l’invito, soprattutto rivolto alle giovani menti, di non smettere mai di pensare, di riflettere e di elevarsi rispetto al fango prodotto da un momento storico con parecchi tristi precedenti, un momento storico cupo, indifferente e per questo pericoloso:

“… Chi entra nel memoriale della Shoah trova scritta una parola: indifferenza. Da senatrice ho depositato un disegno di legge per istituire una commissione parlamentare bicamerale di monitoraggio e di controllo sugli “hate speech”, i discorsi d’odio. Un invito che il Consiglio d’Europa ha fatto ai 47 Stati membri, il nostro sarebbe il primo caso. Le parole d’odio sono l’anticamera della fine della democrazia. L’imbarbarimento del linguaggio è arrivato a livelli intollerabili. In questi giorni si è scritto di un mercato di divise da deportati di Dachau, che parole si possono trovare?”.

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