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L’utilizzo aggressivo della parola nei media come strumento di persuasione del debole

Soffrire di insonnia ciclica credo non sia per nessuno una passeggiata di salute. Per quanto mi riguarda le notti parzialmente insonni che trascorro inerme, stesa sul letto, immersa nell’oscurità, rappresentano la mia personale “croce e delizia”. Croce perché la mancanza di sonno acuisce una mia già evidente caratteristica: la distrazione, ovvero quel perenne status di sottile e delizioso ottundimento che mi conferisce un’aura da sognatrice con la “testa fra le nuvole”. Delizia perché essa spesso diventa per me una forma di contemplazione, ove i pensieri prendono un corso diverso e danno vita a riflessioni gradevoli, più o meno profonde e interessanti. 

Stamattina all’alba, in penombra, con lo sguardo rivolto oltre la finestra, a cercare il meraviglioso risveglio di un mare piatto e tranquillo, mi sono soffermata a riflettere sul motivo per cui io non riuscissi a ricordarmi un solo mio atto di gratitudine, fine a se stessa, offerto a uno sconosciuto o a una sconosciuta, senza un motivo, anche apparente, che lo giustificasse.

Mi sono posta “il dilemma” se il mio essere sostanzialmente adattabile, sempre pronta a ringraziare chi mi offre il suo supporto, fosse di per sé un elemento sufficiente per fare di me una persona appagata, in parziale pace con sé stessa e, di conseguenza, empatica e gentile.

Il modello dominante che emerge in quest’epoca, così esposta ma anche così incerta e frammentaria, è quello offerto, non dalla pacatezza e dalla cortesia, ma, al contrario, da un’arroganza  capillarmente diffusa e sempre più invasiva, che, per certi versi, ci accomuna un po’ tutti.

Nessuno è esente da istanti di pura e alienante agitazione, il più delle volte, avendo perfino parecchi e validi motivi per avallarne le ragioni. Spesso si sostiene che il fatto di essere sfrontati o troppo diretti, sfiorando la maleducazione, non sia solo colpa nostra. Si afferma che sia dovuto alla circostanza umana dello sfogo o, meglio, della difesa. Ecco allora come offesa e difesa rappresentino una caratteristica comune: la diffidenza. La paura di prendere in carico l’altro, di scendere serenamente a patti con le sue idee, il suo carattere, le sue peculiarità e i suoi atteggiamenti. Chi non la pensa come me diventa un “nemico” e, dunque, scagliarmi su di lui, infierendo con invettive forti e urlate (anche quando sono scritte), diventa perfettamente legittimo. 

Se ci fermassimo un attimo a riflettere, quasi tutti scopriremmo quanto, sovente, appariamo maggiormente pronti a fruire delle  parole, per usarle come arma, rispetto all’utilizzo consolatorio e pacificatore che, attraverso esse, si potrebbe promuovere in tante circostanze. Un esempio calzante è determinato dal fatto che molti pubblicano con soddisfazione, incessantemente e impunemente giudizi irresponsabili sui social, contro questo o quel soggetto, percepiti come antagonisti… uno specchietto per le allodole dove dirottare una rabbia sorda, che cela ben altre e recondite cause. 

L’aggressione verbale diventa, allora, l’altra faccia di una medaglia coniata con la stessa sostanza delle frustrazioni, dell’inconsapevolezza, delle fragilità umane.

L’arroganza non più come elemento distintivo di un fare intollerante e deleterio, ma come protezione e rivalsa: una sorta di guscio simile a quello della lumaca, dove chiudersi o aprirsi al mondo, a fasi alterne. 

Ciò espone molti individui a una vulnerabilità talvolta sconvolgente, ove l’unico mezzo di rivalsa è costituito dalle parole, usate come il carro armato di una guerra tra tristi e contrapposte solitudini. Senza calcolare, però, che è proprio il “come” si usano le parole la chiave di volta che ci espone maggiormente al giudizio della collettività e alla gogna mediatica, poiché dice di noi molto di più di quanto non dicano le parole stesse. Non esiste nulla di più esplicito e aggressivo della violenza di chi si sente debole. Persino nella blanda analisi politica che elaboriamo dal divano di casa, quando osserviamo i vari politici ospiti dei talk show televisivi, diventa relativamente semplice individuare chi tra i partecipanti si sente maggiormente in pericolo. Solitamente è colui che si scalda eccessivamente, che cerca di sovrastare, parlando sopra gli altri. Quello, apparentemente forte e determinato, che si esprime in maniera assoluta, senza dare spazio all’interlocutore. Quello seduto in punta di sedia, pronto a scagliarsi contro chi tema possa contraddirlo, con pericolose evidenze di fatti reali e concreti.

Questo perché ormai è stata del tutto sdoganata l’idea (priva di buon senso) che la mitezza, l’umiltà e la gentilezza siano sinonimo di caratteristiche umane perdenti, da delegare ai più sfigati. In realtà la gentilezza, espressa attraverso un linguaggio pacato, può, invece, diventare il contributo fondamentale al progresso sociale di tutte le donne e di tutti gli uomini che amano assumersi la responsabilità fondamentale di veicolare, intorno a loro, un modo civile e decoroso di essere e di agire, che miri alla persuasione. Ed è proprio la persuasione l’unica boa che può aiutarci ad approdare, senza patimenti, a qualsiasi scopo ci siamo prefissati, più di qualunque protesta o richiesta arrogante, magari ammantata di quella sottile forma di ipocrisia nota come “il politicamente corretto”.

Star bene con se stessi significa diventare tolleranti e autorevoli, ma diventare tolleranti e autorevoli, oltre a risultare essenziale per il nostro benessere, ci permette di posizionarci in zona di sicurezza. 

Metterci in sicurezza, infatti, significa proteggerci. Significa che nessuna parola, anche la più oltraggiosa, può riuscire a farci male, senza il nostro avallo. Significa diffondere quella tranquillità determinata e coraggiosa per bonificare il terreno comune, dall’inutile veleno sparso. Significa adoperarsi per la verità, per evitare che la mala erba della calunnia e del risentimento metta radici e produca i frutti avvelenati di una barbarie tanto violenta, quanto inestirpabile. 

Questo perché, a lungo andare, la ferita inferta brucia di più di quella subita…ma il veleno versato, anche dopo un tardivo pentimento, fa il suo corso urticante che non conosce antidoto. 

LA VIPERA CONVERTITA 

“Appena che la Vipera s’accorse

d’ esse vecchia e sdentata, cambiò vita.

S’era pentita? Forse.

Lo disse ar Pipistrello : — Me ritiro

in un orto de monache qui intorno,

e farò penitenza fino ar giorno

che m’esce fòri l’ultimo sospiro.

Così riparerò, con un bell’atto,

a tanto male inutile ch’ho fatto…

— Capisco : — je rispose er Pipistrello —

la crisi de coscienza è sufficente

per aggiustà li sbaji der cervello:

ma er veleno ch’hai sparso fra la gente,

crisi o nun crisi, resta sempre quello.”

Trilussa

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