Monreale, 4 dicembre 2018 – Il 7 dicembre Casa Cultura Santa Caterina ospiterà Maria Badalamenti per la presentazione del suo libro “Sono nata Badalamenti”.
L’incontro è previsto per le 17, alla presentazione prenderanno parte Giuseppe Cangemi, assessore alla Cultura; Biagio Cigno, presidente “Liberi di lavorare” associazione Antiracket e usura; Maria Manno, psicoterapeuta consulente Sacra Rota; Rosalinda Camarda Signorini, giornalista Palermo web e Claudio Burgio, presidente Osservatorio sviluppo e legalità Giuseppe La Franca. Inoltre parteciperà anche Gabriella Accetta, madre del piccolo Claudio Dominio.
Maria Badalamenti non è né la nipote né tanto meno la figlia del boss di Cinisi, Don Tano Badalamenti, ma la pronipote.
Nel libro tratteggia la figura del padre Silvio, ucciso a Marsala il 2 giugno 1983, durante l’imperversare della lotta di mafia che vide protagonisti i Riina e Provenzano che vollero per la conquista del territorio siciliano e palermitano in particolare, compiere uccisioni verso i clan avversi legati a Gaetano Badalamenti.
Ora, mentre i perdenti si davano alla latitanza o si rifugiavano in America, le vendette trasversali si abbatterono sui parenti ed affiliati rimasti, anche innocenti.
Silvio Badalamenti, che lavorava presso l’esattoria di Marsala, nipote del boss, sempre estraneo ai fatti delittuosi dello zio e della famiglia, venne colpito a morte al centro di una piazza di Marsala mentre si recava al lavoro.
I depistaggi, che si susseguono a fronte ad ogni delitto di mafia, in un primo tempo videro chissà quali legami dell’ucciso con l’appartenenza criminale. Ci volle la tenace opera di Giovanni Falcone e di molti pentiti e collaboratori di giustizia per riaffermare e riconoscere la verità. Pentiti e collaboratori riaffermarono l’estraneità al mondo mafioso di Silvio Badalamenti che, non avendo nulla da temere e dato che anzi si era sempre discostato e dissociato dall’incombente ed imbarazzante famiglia, senza timore, ma con indubbio coraggio e sostenuto dai suoi valori morali per ristabilire la verità, aveva continuato il suo lavoro nella cittadina di Marsala.
Lasciava la moglie Gabriella Ruffino e le due figlie, Gloria e Maria, allora appena bambine, che, uniche rimaste, continuano a testa alta a difendere la memoria del padre, a lottare per il riaffermarsi della giustizia, ma soprattutto per allontanare e discostarsi da tutti i pregiudizi, le falsità, le facili allusioni che anche nel paese di Cinisi tutt’ora permangono in molti strati della popolazione ed in certi ambienti ed associazioni, di coloro che dicono di combattere la mafia.