Monreale, 27 luglio 2018 – Credo di essere quella che si può definire banalmente una persona normale, una persona mediamente tranquilla e riflessiva, una persona che può contare sulle dita di una mano le volte che si è lasciata andare a liti furibonde, insulti pesanti o alterchi, rimasti poi insanati. Per completare il quadro sono anche una persona che evidenzia un grado di permalosità prossimo allo zero, con risibili postumi di rancore che, in genere, si sciolgono in fretta come il ghiaccio di un mojto. Come tanti possiedo da sempre idee chiarissime e una visione della vita e del mondo lineare che poggia su valori talmente strutturati e radicati da essere parte integrante di me, esattamente come una gamba o un braccio.
Di solito sono pronta al confronto e anche a rivedere (a volte con fatica) alcune opinioni, ma da certi princìpi che riguardano il rispetto dell’altro, la lotta al pregiudizio, la resistenza nel rimanere umani sempre e comunque, la capacità di riconoscere gli errori e di saper chiedere scusa, non riesco a discostarmi neppure di un millimetro. Riconosco che potrei essere definita, con buoni margini di realismo: bacchettona, demodè, riflessiva, testarda, frivola, sognatrice, empatica, idealista, rompiscatole e parecchio altro…ne sono del tutto consapevole e mi va benissimo così.
Questa lunga nota autobiografica o meglio questa “Filippica”, sgangherata e semiseria, solo per spiegare una strana e sempre più diffusa caratteristica del nostro tempo, una certa evoluzione (o involuzione) di pensiero e di opinione che si fonda sul coniare e attribuire ad altri definizioni pre-confezionate e generalizzate “ad muzzum”, con lo scopo di connotare, con il veleno del sottile disprezzo, persone “normali” come me. Da un po’ di tempo a questa parte, infatti, il mio pensiero…libero, profondamente umano e, quindi, naturale, alla stressa stregua di quanto risulti essere…libera, profondamente umana e, quindi, naturale l’ormai nota, vecchissima lotta, avviata fin dal primo vagito, per domare le mie chiome folte e ribelli, sortisce qualche ghigno sfottente, qualche bisbiglio maligno, qualche frasetta sibillina. All’improvviso mi ritrovo ad essere inserita nella sempre più numerosa categoria dei buonisti (???).
Considerato lo standard, dovrei essere presumibilmente una baldanzosa buonista, una buonista a “mia insaputa” e (perché no) anche un tantino radical chic, senza essere mai stata veramente radical (mentre verso l’essere chic in effetti nutro blande e residuali speranze che, in atto, malgrado la resa dei capelli ribelli, rimangono, ahimè, ancora piuttosto inappagate).
Guai a noi esseri umani col sorriso, quando tentiamo di abbozzare un pensiero di comprensione nei riguardi dei diseredati non autoctoni o quando ipotizziamo di pubblicare un post che odori vagamente di umanità…sempre più frequentemente spunta fuori qualcuno (tra i miei contatti pochissimi a dire il vero) pronto a ribattere brandendo lo slogan del momento: “sei presuntuosa, sei una buonista…una radical chic!!!” Slogan urlati e diffusi in ogni luogo e in ogni lago…coniati strategicamente da alcuni politici, per far breccia su una buona fetta del popolo (opportunamente “aizzata”) e successivamente sciorinati dalla gente come un mantra, una sorta di disco rotto, anzi come un’onta ripetitiva da scagliare contro chi continua a rimanere semplicemente perplesso o a non riconoscersi in determinati diktat.
In atto, un numero cospicuo di persone, segue il lessico martellante di alcuni esponenti politici e si esprime con gli stessi toni duri, sgarbati e forcaioli.
La strategia che sottende certi strali populisti è quella di demonizzare da una parte col termine “buonismo” la spontanea e Cristiana Pietas della gente comune che tende la mano al prossimo, al debole, al diverso, nella fattispecie al migrante, e dall’altra con l’appellativo “radical chic” la cosiddetta porzione di società più “cerebrale che di pancia”, ergo chi ancora prova a riflettere con le proprie sinapsi, magari supportandole con dati un po’ più oggettivi o con analisi un po’ più strutturate sulla vita e sugli eventi che ci ruotano attorno. Saremmo, noi, esseri umani dall’attitudine inclusiva, nella migliore delle ipotesi, tanti stupidi replicati del Mahatma, nella peggiore malefici tornacontisti di una bontà insulsa, falsa e teatrale senza radici e senza autentica identità. Una nicchia, sempre più esigua di “radical chic impenitenti” arranca, dunque, in palese affanno in un turbinio di insulti e rigurgiti rabbiosi, rimbalzando, come una pallina da tennis, da un muro di gomma all’altro, cercando, spesso invano, di contrastare le accuse e gli appellativi più “fantasiosi”. In realtà il radical chic per eccellenza, il Rocky Balboa dei radical chic, non è l’individuo comune che non si arrende alla volgarità di certe modalità comunicative, ma è colui che viene indicato come appartenente alla cosiddetta “casta istruita”, quella degli intellettuali, degli artisti, dei pensatori d’ogni genere, in pratica quella di chi, nel dissentire, è anche in grado di promuovere, attraverso la propria arte e il proprio talento, un modo più incisivo e multisfaccettato di scandagliare la realtà contingente. Questa tipologia di radical chic “estremo”, viene liquidata come asservita ad un’insulsa agorà di ipocriti della “penna” o della “nota”, che pontificano dall’alto di quei privilegi molto elitari che li renderebbero avulsi dal contesto proletario e inconsapevoli della realtà e delle sofferenze quotidiane della gente: per intenderci i famosi “radical chic col cuore a sinistra e il portafogli a destra”. Essi vengono continuamente additati, col tono veemente delle accuse gravissime, come masse di oziosi viziati che si trastullano tra Rolex e attici, party esclusivi e vite rilassate e protette. Una categoria presa di mira ad ogni piè sospinto, come se gli intellettuali e i pensatori del passato (grandi e piccoli) lustrassero scarpe o chiedessero l’elemosina dietro l’angolo o ancora come se gli stessi politici compiaciuti promulgatori di tesi populiste a difesa del popolo, non di rado dal “vago” retrogusto allarmista e complottista, non godessero di privilegi evidenti, del tutto simili a quelli degli intellettuali “radical chic”, solo per il fatto evidente di saperli edulcorare bene, attraverso il linguaggio dissacrante della protesta, il lessico “duro e puro” della rabbia, la forza perenne dei sempre confortanti vaffa…da cui molti individui credono di trarre voce e sostegno, sperando in una risolutiva e spartana giustizia sociale da realizzare (inconsapevolmente) immolando il “capro espiatorio” di turno.
Cara Maria Rosa, ce ne vorrebbero a migliaia, anzi a milioni , di <> come te! Le cose andrebbero certamente meglio, soprattutto per chi è costretto a vivere ai margini di società sempre più razziste e classiste! Francesco Noto