Monreale, 23 giugno 2018 – Un vero e proprio dibattito sul rapporto tra cultura e mafia, quello che ieri pomeriggio ha animato il salone del Palazzo Arcivescovile di Monreale. L’incontro, dal titolo Combattere la corruzione e la mafia con la Cultura, è stato organizzato dal Dicastero della Santa Sede per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, in collaborazione con l’Ufficio Pastorale per i Problemi Sociali e il Lavoro dell’Arcidiocesi di Monreale, e l’Ordine degli Avvocati della Provincia di Palermo. L’evento ha registrato una grande affluenza; presenti anche il sindaco Piero Capizzi ed alcuni esponenti delle forze dell’ordine e della comunità ecclesiastica siciliana.
In apertura, la proiezione di un breve ma intenso video-messaggio di Papa Francesco sulla corruzione. A seguire, sulla scia dello stesso argomento, gli interventi di Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, di Francesco Greco, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Palermo, di Giuseppe Pignatone procuratore della Repubblica di Roma, di Vittorio Alberti, officiale del Dicastero della Curia Romana e autore del libro “Pane sporco”, dal quale è stato tratto il titolo stesso dell’evento.
Moderati dal giornalista Felice Cavallaro, i protagonisti del dibattito si sono confrontati su questioni spinose ed ancora irrisolte, analizzando la storia e la psicologia del fenomeno mafioso e della corruzione e trovando nella cultura l’unico mezzo in grado di arginare e prevenire ogni forma di criminalità. Durante l’incontro, tanti i quesiti, ma anche i messaggi di speranza, nel ricordo delle vittime della mafia e di coloro che hanno dedicato la propria vita all’onestà e alla giustizia: Don Pino Puglisi, Papa Wojtyla, Pio La Torre.
In un primo momento, è stato necessario definire i concetti di mafia e corruzione, cercando di identificarne i confini talvolta confusi. La mafia, innanzitutto, non è una prerogativa siciliana, anzi, è un fenomeno diffuso a livello internazionale. Dove c’è mafia, c’è sicuramente corruzione; ma dove c’è corruzione, c’è sempre mafia? A questa domanda ha cercato di rispondere Greco, che ha individuato nei due fenomeni le stesse modalità di attacco, la stessa segretezza, lo stesso interesse di pochi contro l’interesse comune: “Quando c’è corruzione c’è mafia, una mafia differente che, piuttosto che sparare, compra”.
Da tale considerazione, ha preso le mosse il conseguente invito di Pennisi, e di tutta la comunità ecclesiastica, alla conversione: è stata infatti presentata la lettera Convertitevi!, frutto di una profonda riflessione da parte dei vescovi siciliani, a 25 anni dall’appello di Giovanni Paolo II. Durante l’omelia pronunciata ad Agrigento il 9 maggio 1993, infatti, il Papa decise di lanciare un appello appassionato e inaspettato ai mafiosi, esortandoli al cambiamento.
Secondo l’arcivescovo di Monreale, non può esserci vera conversione se non si prende coscienza del peccato commesso e se non si è pronti ad ammettere pubblicamente le proprie colpe. È necessario convertirsi per debellare la struttura della comunità mafiosa, e non solo a parole, ma soprattutto con i fatti: rendersi conto del male che si è fatto e sentirsi in dovere di ripararvi. Certo, sottolinea Pennisi, uno che ha tolto la vita, non può ridarla, ma può allontanarsi dal male e chiedere perdono, in ginocchio. Scopo della lettera pastorale, quindi, è quello di sensibilizzare la società per fermare l’avanzata di una mafia che danneggia e rovina. L’impegno della chiesa, in questo senso, continua ad essere forte e costante, e si concretizza in eventi, visite e marce della legalità, come quella svoltasi a Corleone lo scorso 17 marzo.
È poi intervenuto Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma, secondo il quale, invece, mafia e corruzione sarebbero due fenomeni diversi. La corruzione è uno dei tanti strumenti della mafia: quest’ultima, oggigiorno, preferisce corrompere piuttosto che uccidere, perché ha compreso che la violenza è controproducente e provoca una reazione decisa dello Stato. Il procuratore ha spiegato come, ormai, siamo ben lontani dalla mafia delle stragi – un periodo unico nella storia della mafia degli ultimi 200 anni – dove le uccisioni erano all’ordine del giorno e veniva persino negata l’esistenza del problema.
Senza dubbio, le cose sono cambiate da allora. Tuttavia, sebbene la cattura di Provenzano abbia messo fine all’era della mafia sanguinaria corleonese, permane ancora una mentalità difficile – non impossibile – da contrastare. Dobbiamo molto a chi è morto, e dobbiamo esercitare l’arte della memoria per tenere vivo il ricordo e rinnovarlo con un impegno quotidiano, che si diffonda a livello capillare nel territorio. Ma, soprattutto, dobbiamo ‘esercitare’ la conversione.
È questo uno dei temi principali di Pane sporco, scritto da Vittorio Alberti e presentato ieri dallo stesso autore. Come evidenzia l’officiale del Dicastero, il libro non pretende di essere un monito moralistico, né cerca di spiegare il fenomeno mafioso dal punto di vista giuridico e giurisdizionale; vuole essere, invece, un discorso laico che si rivolge alla comunità avvalendosi dei linguaggi della letteratura, dell’arte e della filosofia, perché la vera conversione è un processo intellettuale operato dalla cultura. Cultura intesa come mentalità, libertà, educazione, istruzione: una rete di salvataggio che prevenga la mafia, piuttosto che curarne i danni; che rivoluzioni l’etica. Per combattere la criminalità è necessario un ‘allenamento’ mentale che coinvolga tutti gli strati della collettività. Dagli insegnanti, che non possono essere lasciati da soli in questa battaglia, agli studenti, che devono ricevere un messaggio di compattezza sociale, in un mondo in cui la crisi del linguaggio, dell’informazione e della politica, rischia di essere un fattore disgregante.
L’ultima parola è toccata al vescovo Pennisi, che ha lanciato un ulteriore appello affinchè tutte le componenti della società lavorino in sinergia per il bene comune. Scuola, famiglie, chiesa, magistratura, media, e chi più ne ha più ne metta: ciascuno riscoprendo e valorizzando il proprio ruolo, uniti in nome della legalità.