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“Io scelgo di restare. Mi fai da capitale”. È l’inno di Picciotto per Palermo

Monreale, 30 maggio 2018 – Dall’incontro con il rapper Picciotto, dalle curiosità della redazione del Progetto Pon “Scrivere Libera…mente” del Pietro Novelli, un’interessante intervista sul ruolo della musica rap nella lotta contro la mafia e per il riscatto sociale.

  • Quanti dischi hai inciso?

Cinque e sto lavorando al sesto. In realtà sono tre quelli incisi con “Gente Strana Posse” e due come “Picciotto. Adesso arriverà “Terapia”. 

  • C’è un cantante a cui ti inspiri?

I “99 posse” sono stati certamente determinanti; oggi mi piace Murubutu, ma anche Caparezza con il quale spero di lavorare a breve.

  • Sei più famoso in televisione o sul web? 

Sul Web. A livello locale in televisione ci sono stato diverse volte però è una cosa estremamente locale. Ci sono state anche delle dimensioni nazionali con un programma che mi intervistava per il lavoro che faccio a Borgo Vecchio attraverso il rap. Il Web mi aiuta moltissimo.

  • Perché hai deciso di chiamarti “Picciotto”?

PC sono le mie iniziali: Paterniti Christian. Sono nato giorno otto. Mettendoli insieme “Picciotto”. Volevo inoltre riqualificare il termine picciotto che essendo un‘espressione palermitana, rimanda all’umile lavoratore che si sveglia la mattina presto va a lavorare al panificio o al mercato del pesce. Così anche nel rap ho voluto dare valore a questo termine.

  • Che cosa rappresenta la musica per te?

Ho dedicato alla musica il mio ultimo album che sta per uscire che si intitolerà “D’Amore e d’accordo”. Proprio adesso che sto iniziando a studiarla ho comprato una tastiera. Da piccolo avevo un pianoforte che per motivi economici la mia famiglia ha dovuto vendere, da quel momento è come se io avessi avuto un rigetto, avevo deciso che non dovevo suonare più anzi odiavo la musica. Poi ho iniziato a fare il rap. Da quando quest’anno ho iniziato a studiare il mio rapporto con la musica è cambiato, mi si è allargato l’orizzonte, ora infatti andiamo d’amore e d’accordo.

  • Secondo te i ragazzi capiscono il significato che tu vuoi dare con la musica?

Non lo so bisognerebbe chiedere ai ragazzi. Beh, in parte sì, ma in buona parte no. Tutto sta nell’espressività di ciò che provi a dire. Oggi, grazie (o purtroppo) ai social la comunicazione si è “abbreviata”. O scrivi uno slogan e fai sintesi oppure non sei ascoltato, non sei capito. La parola può essere un’arma molto efficace.

  • Puoi raccontarci la storia della tua carriera musicale? 

Io nasco come cantante della band “Gente Strana Posse”: eravamo due cantanti e un dj. Nel 2009, dopo che avevamo inciso tre dischi, diventiamo una band e facciamo un nuovo disco. Poi continuo la mia carriera come ‘Picciotto’. Adesso il premio che ho vinto, del valore di 15.000 €, mi obbliga a fare un bel po’ di concerti. È una bella fortuna, una bella possibilità.

  • Perché hai scelto il rap e non la musica commerciale?

In realtà quando ho iniziato è stata una scelta abbastanza automatica perché io ascoltavo quello. Io volevo fare il telecronista e tenevo spesso il microfono in mano. Registravo la mia voce sulle musicassette. Quando ho scoperto il rap mi è sembrata certamente la cosa meno musicale, ma più vicina alla mia modalità espressiva. Ho cominciato così. Oggi, in realtà, il rap è pop, molto pop, molto commerciale.

  • La musica può fare qualcosa contro la mafia? 

No, una canzone non basta. Ma nella canzone “Amarcord 2.0” il testo del ritornello richiama al noi: “Non ci rimane che puntare tutto su di noi”. Il noi è un richiamo a guardarci in faccia. Riprendiamoci per mano, guardiamoci in faccia e puntiamo tutto su di noi.

  • Tu hai vinto l’ottava edizione del premio “Musica contro le mafie”.  A chi hai dedicato questo premio?

Ho due dediche: la prima è a me stesso e la seconda a noi. Come recita il ritornello della canzone “Amarcord 2.0”: “Non ci rimane che puntare tutto su noi”. Riprendiamoci per mano, guardiamoci in faccia e puntiamo tutto su di noi.

  • Il tuo ultimo album “Capitale” è un inno alla città di Palermo. Che cosa rappresenta per te la tua città?

Rappresenta tutto quello che racchiude le emozioni forti. Banalmente mi verrebbe di dire l’amore. In realtà con Palermo ho un conflitto di amore e di odio continuo. Quando ero più piccolo ogni qualvolta “litigavo” con questa città dovevo andarmene a Napoli che per me rappresentava una Palermo esasperata per potermi rinnamorare della mia città e poterci ritornare. Ciò perché purtroppo non è facile fare musica a Palermo. Mi arrabbio con la mia città perché penso che ci sia un potenziale infinito, ci sono delle teste meravigliose, è un posto meraviglioso dove anche chi sta male è disposto ad aiutare il proprio vicino di casa. Paradossalmente tuttavia non riusciamo mai ad emergere del tutto.

  • Nell’ultimo periodo tu hai incontrato molti studenti delle scuole. Puoi raccontarci in che cosa consiste il tuo impegno contro la mafia?

Io credo che sia importante ripartire dalla scuola. Mi impegno molto, infatti, contro la dispersione scolastica. Una sfumatura di quello che può degenerare in un atteggiamento mafioso. A me non piace distinguere tra mafia e antimafia perché nel mezzo ci sono un’infinità di sfumature. Tante persone sono quasi costrette a cadere nell’illegalità. La scuola pubblica è l’ultimo presidio di democrazia rimasta e i ragazzi hanno la fortuna di essere qui insieme all’interno di un posto.

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