Monreale 12 febbraio 2017 – Sull’analfabetismo di ritorno che caratterizza la società attuale e sulle cause che ne determinano l’inarrestabile ascesa si intrattengono, da sempre, ampi discorsi e profonde analisi antropologiche e sociologiche, che hanno fatto discutere i cultori della lingua italiana, in articoli di spessore, dibattiti e trattati. L’ennesimo monito, di qualche giorno fa, proviene dal mondo accademico: si tratta di un intervento polemico da parte di circa seicento docenti universitari sul declino scolastico, nella fattispecie linguistico, dei ragazzi di oggi.
Di tutto questo travaglio sociale, per decenni l’Università è rimasta ignara, ad Essa perveniva una certa tipologia di studenti, salvo sporadiche eccezioni, e andava bene così…mi pare di ricordare che nessun “concilio o consiglio di Accademici” abbia mai scritto una sola sillaba per lanciare moniti sulla provenienza sempre uguale, immutabile e classista della futura intellighenzia.
I problemi linguistici dei ragazzi del nostro tempo non possono essere rimossi, ricorrendo allo sterile martellamento di alcune procedure, non possono essere affrontati dal ritorno ad un’impostazione progettuale e didattica fondata sulle abilità formali, piuttosto che sulle competenze di vita. La scuola può essere realmente una palestra, ma lo è nella misura in cui allena i suoi allievi a riconoscersi, a trarre lo spunto per valorizzare le proprie doti, con un occhio vigile verso quella palestra più ampia e complessa, costituita da una società in continua evoluzione umana, tecnologica e di costume.
Il problema diventa, quindi, sistemico e merita una riflessione collettiva di ciascuna agenzia educativa presente nella vita di un ragazzo, perché solo una vera sinergia di intenti, focalizzati sul medesimo obiettivo, può produrre il cambiamento verso un arricchimento linguistico che possa riflettere specularmente anche un arricchimento di pensiero…il dettato ortografico può essere utile, ma da solo non può fare la differenza.