Monreale, 28 gennaio 2017 – Molto spesso mi chiedo che valore possa ancora assumere oggi la scrittura. La parola scritta, dopo i fasti di epoche ormai lontane, quando anche la calligrafia e l’ordine formale avevano una loro fondamentale importanza, risulta forse un esercizio abbastanza superato, quasi inutile, un mero canale di comunicazione immediato, celere ed abbastanza superficiale. Ciò viene determinato dal fatto che la scrittura sembra venga percepita come uno strumento espressivo banale, poco coinvolgente, un mezzo, di cui fruire, frettolosamente, attraverso i social come Facebook o WattsApp. Il fascino e il romanticismo della vecchia lettera ha lasciato il passo, inoltre, alla comoda versatilità della mail, ove il concetto essenziale viene comunicato attraverso la modalità “in tempo reale”, in una sorta di fast food della parola scritta, di un freddo, quasi asettico, manipolare i concetti, senza il minimo rigurgito di narrazione, che ha inaridito parecchio l’intreccio pensato e organizzato dei vocaboli, che ha delegittimato la penna e il foglio, come strumenti della mente e del cuore, che ha ridefinito la proficua lentezza del fruire dei pensieri e reso poco importanti le riflessioni più profonde. Non sembra essere più la valenza metacognitiva, personale e quasi terapeutica, lo scopo essenziale della scrittura, essa si confonde e si fonde con la mera comunicazione, attraverso le nuove prerogative virtuali, ove la parola scritta viene rappresentata come un possibile strumento di lavoro, del tutto vuoto di contenuti profondi, o come mezzo anti-solitudine, per mettere in bella mostra sui social, realtà magari fittizie, che non appartengono alla quotidianità vera: gesti compulsivi per tentare di risultare diversi, o semplicemente più simpatici o per farsi accettare, ricercando ossessivamente il gradimento generale, i likes in grado di dare forma benevola al vuoto lasciato dalla mancanza di un pensiero autonomo. Uno scrivere, dunque, al servizio di quel “tritacarne” virtuale, che spesso ha l’incredibile capacità di scindere, nello stesso essere umano, due differenti personalità: tanti individui, dunque, novelli “dottor Jekyll e mister Hyde” della comunicazione.
La disamina più efficace che dovrebbe essere avviata, a mio avviso, riguarda i giovani: è necessario, infatti, capire veramente se il mondo giovanile possa ancora esprimere la propria dimensione affettivo-emozionale, attraverso la parola scritta, se riesca a veicolarla, anche in un messaggio sintetico, confinato all’essenziale, connotato da abbreviazioni di ogni sorta. I nostri ragazzi, però, a volte ci dimostrano che, malgrado la, più volte sottolineata, povertà espressivo-linguistico-lessicale, sanno ancora “assemblare” nel mare delle parole e dei vocaboli significativi, contenuti introspettivi autentici, propri della scrittura narrativa, così come l’umanità l’ha utilizzata, nel corso dei secoli, cioè profondamente aderente alle regole dettate sia dall’armonia e dall’eleganza, che dal rigore grammaticale. In alcuni casi la valenza narrativa e terapeuticamente introspettiva unita ad una certa armonia espressiva, viene, dunque, incredibilmente mantenuta anche in un semplice sms o post: contenuti personali, intime riflessioni, che verbalmente, talora, non si riesce a esprimere, per il motivo evidente che per scrivere anche costrutti essenziali, bisogna comunque prima pensare, scavare nei ricordi, riflettere sugli eventi, sulle persone e sulle parole da utilizzare. In realtà, malgrado la deprivazione apparente o evidente della parola scritta, essa non potrà mai essere completamente travolta dal vortice del progresso, in quanto nessuna innovazione potrà annientare l’antica saggezza del “Verba volant scripta manent!”.