Monreale, 20 novembre 2016 – Parte seconda del documento pubblicato il 13 novembre a firma di Natale Sabella
E così, come avvenne per l’abbazia di Cava, per i monasteri Basiliani, di rito greco – bizantino, Guglielmo assegna all’abbazia di Monreale, a sei anni dall’insediamento dei monaci, ulteriori possedimenti che si vanno ad aggiungere ai precedenti, concedendo ulteriori diritti e privilegi e conferendo patrimoni immobiliari in diversi luoghi e città del Regno.
Un accrescimento di ricchezza materiale che ha come conseguenza un aumento del potere e un rafforzamento dell’abbazia Monrealese, sotto il piano economico, giuridico e politico, fino a che la Chiesa di Monreale diventa un “Principato Ecclesiastico”, autonomo e indipendente.
E sarà forse per questi motivi che Guglielmo II inizia a sottrarre alle maggiori Chiese dell’Isola parte dei beni, ne riduce la giurisdizione a favore della prediletta Chiesa di Monreale.
Il progetto di Guglielmo appare chiaro, evidente, logico, sin dal principio. Rendere quanto più stabile un territorio “ricco e produttivo”, non facile da gestire e amministrare, ricorrendo se necessario, anche all’uso della forza.
Un progetto che diventa possibile attuare, non tanto prevedendo un avamposto militare, ma piuttosto un centro stabile, (per l’appunto una abbazia) dal quale impartire azioni di comando ed alle quali far seguire azioni di controllo.
Motivo che porta Guglielmo a sottomettere le Chiese di Catania prima, (Papa Lucio III) e Siracusa dopo, (Papa Clemente III), alla Chiesa basilica metropolitana di Monreale.
Fattori tutti favorevoli ad accrescere e rendere visibilmente potente, autorevole, finanche “temibile”, l’abate – arcivescovo di Monreale, Signore spirituale e temporale, investito del mero e misto imperio, maggiore prerogativa che il sovrano Normanno poteva a quel tempo concedere.
Un principe – arcivescovo che governa per diritto regale con potere pieno sulle popolazioni ricadenti sui territori di appartenenza dell’arcivescovado di Monreale, un comprensorio di terre, tra valli, monti e colline, animato da corsi d’acqua, alimentato da ricche sorgenti, parte di un entroterra, situato nella Sicilia Occidentale, produttivo, abitato da coloni e villani, disseminato di casali e mulini, percorso da tracciati di percorrenza pubblica, attraversato da strade alberate. Un territorio il cui paesaggio è molto diverso da quello attuale, per varietà e tipologie di impianti colturali adottati, dagli Arabi di Sicilia.
Diverso nella portata di fiumi e nei corsi d’acqua, nelle quantità di polle sorgive, ridotte e impoverite, alcune non più esistenti.
Una realtà feudale che Guglielmo scompone, seleziona e divide in Divise, nelle quali il casale è il luogo dello svolgersi delle attività umane, sociali e di lavoro, “motore” dell’economia rurale agricola, delle attività del commercio e delle attività manuali ed artigianali. Realtà nella quale il castello, il maniero, fanno parte integrante di un sistema difensivo ancora più ampio.
Luogo nel quale si ritrovano a stanziare musulmani avversi alla Corona, giunti da altre parti dell’isola, che si sono insediati nelle città di Jato e Entella, centri urbani attivi al tempo della fondazione della Cattedrale di Monreale.
Due centri che pur distanti tra loro hanno in comune la presenza di etnie provenienti originariamente dall’Oriente Islamico, rimasti in contatto con i centri d’Africa e d’Egitto. Entroterra, via di accesso e di collegamento all’Agrigentino, ai porti bagnati del mare d’Africa. Un distretto soggetto a rivolte e guerriglie, focolaio che si riaccende ogni qual volta vengano messi in discussione gli interessi delle comunità che in esso stanziano, soprattutto quando giunge il tempo di rendere i servizi e pagare i tributi al Signore feudale.
Una sorta di “riserva”, nella quale i musulmani giunti da rifugiati si sono insediati e hanno fatto sì che questo territorio diventasse produttivo e rigoglioso, un territorio alquanto controverso, al quale mancano riferimenti “Occidentali”, posto tra la Valle dello Jato, l’Alta Valle del Belice e il Vallo di Mazara.
Un’area feudale da rimettere in sesto e che ha bisogno quanto prima di essere gestita, governata e mantenuta secondo le regole e il diritto feudale. E allora, chi, se non un’abbazia adeguatamente attrezzata ed organizzata potrà sovrintendere e porre sotto controllo un comprensorio sconfinato, vasto quale quello Monrealese?
Chi più dei monaci di Cava ha la forza, la determinatezza, le capacità, il carattere di porre in campo azioni indirizzate a trasformare il territorio ed a far convergere i proventi e gli introiti ricavati all’abbazia di Monreale?
Chi meglio dei monaci di Cava può provvedere al mantenimento, ai bisogni, alle necessità del monastero e sostenere la maggiore chiesa dell’isola, la Metropolitana chiesa di Monreale?
E chi se non i monaci Cluniacensi potrà rendere “migliore” una realtà, che ha bisogno di essere quanto prima “Occidentalizzata”?
Adesso mi si consenta di prendere in prestito la frase dello psicanalista Statunitense, Robert Hopke, “nulla nasce per caso”, che ci aiuta a comprendere le ragioni che portano Guglielmo II a vedere i monaci di Cava come coloro che più di altri possono guidare l’abbazia di Monreale.
A tal proposito farò riferimento ad un episodio accaduto nel 1174, pressappoco coincidente con l’arrivo dei due monaci Cavensi a Monreale. Un episodio riportato dalle cronache del tempo che ci consente di capire qualcosa in più, ma non tutto, che sintetizzo nel modo che segue: Guglielmo, soggiornando a Salerno, si ammala in modo grave: dolori intestinali insopportabili lo affliggono, (calcoli!!, forse, dissenteria?).
In quella circostanza riceve le cure dei monaci dell’abbazia di Santissima Trinità di Cava, fino a che non è guarito, episodio successivo a quando si trovava nella città di Taranto.
E’ indubbio che le cure premurose che Guglielmo ricevette dai monaci di Cava hanno finito con il determinare una maggiore attenzione nei confronti dei monaci, ma non al punto tale da far pensare che questo evento sia stata la causa determinante nell’affidare l’abbazia di Monreale ai monaci di Cava.
Un evento che certamente si poteva concludere in modo tragico con la morte del sovrano, che Guglielmo intese valutare come presagio, segno favorevole che gli ha consentito di guarire dalla malattia e continuare a regnare, che sembrerebbe incoraggiare Guglielmo a che il monastero e la sua amata Chiesa venisse affidata ai Benedettini di Cava, come segno di riconoscimento e gratitudine.
Giunti a questo punto, è il caso di guardare indietro nel tempo in modo da comprendere l’importanza dei rapporti che i Sovrani e Principi Normanni avevano intrattenuto con i monaci di Cava, prima ancora di Guglielmo, e come immensa e grande era la devozione che Principi, Papi e Sovrani riversavano nei confronti del Sacro luogo di Cava.
Un fatto di grande importanza che non va trascurato, punto da cui partire che consente di chiarire meglio le cose e mettere al suo posto il pezzo mancante del nostro puzzle.
Il legame tra la monarchia Normanna e i monaci di Cava, risale prima dell’intronizzazione di Guglielmo II, a Ruggero II, e prima ancora ai Principi Normanni, che in diverse occasioni hanno mostrato la loro grande benevolenza concedendo all’abbazia donazioni, privilegi e diritti.
E questo per il fatto che l’Ordine monastico Cavese è custode fedele di un luogo da molto tempo ritenuto Sacro e Santo, la Grotta Arsicia, eremo del nobile monaco Alferio Pappacarbone, (divenuto Santo), monaco dell’abbazia di Cluny, che si era trasferito a Cava dei Tirreni, fondatore dell’abbazia di Cava nell’anno 1011, che aveva avuto in visione la Santissima Trinità sotto le sembianze di tre raggi luminosi, provenienti da un solo punto della roccia.
Un episodio che porterà fama, lustro, notorietà al Sacro Luogo ed alla Congregazione Cavese.
E fu proprio grazie a questi ottimi rapporti intrattenuti tra la monarchia Normanna e l’Ordine Cavense, che l’abate B. Benincasa, legato al re Guglielmo II, finì col cedere ed inviare all’abbazia di Monreale cento monaci con servitori al seguito (non menzionati nelle cronache ufficiali), che attraversano il Mare Tirreno e la vigilia del ventuno marzo del 1174 giungono in Sicilia, in una terra dove non erano mai stati.
Questo è quanto avvenne all’incirca tredici anni prima della scomparsa improvvisa del cristiano e credente Guglielmo II re di Sicilia, che Dante annovera fra le cinque anime dei giusti nel Canto XX nel Paradiso della Divina Commedia (cielo di Giove) e che gli storici finirono con l’appellare con “buono”.
Sappiamo pure che i contatti e i rapporti tra l’Abbazia di Santa Trinità di Cava ed il monastero Benedettino di Monreale non si interruppero, anzi continuarono, sappiamo pure che a seguito dell’inaspettata morte di Guglielmo II, la situazione mutò improvvisamente in negativo.
Come del resto, siamo al corrente che le abbazie rimasero legate ad un filo invisibile che le riconduce all’Abbazia di Cluny, nella regione di Borgogna, al centro della Francia, e ad una figura di rilievo, Henri de Blois. E’ da Cluny, la strada che conduce alla badia di Cava, che da più di un millennio propaga la luce della Fede di Cristo da quel sacro luogo dal quale un raggio splendente si è spinto sino a raggiungere e ad illuminare un’altra nuova e grande, religiosa e spirituale abbazia: quella di Monreale.
di Natale Sabella – architetto all rights riserved